
10/13 novembre
Teatro Vascello
10/11 novembre h. 20.30 | 12 novembre h. 16.00 e 22.00 | 13 novembre h.17.00
Con “Il Velo Nero del Pastore” Romeo Castellucci, uno dei drammaturghi italiani più apprezzati a livello internazionale, torna a Roma per presentare il punto di arrivo di una lunga indagine teatrale nell’universo dei limiti del linguaggio e del rappresentabile. Punto di partenza di questa nuova produzione della Socìetas Raffaello Sanzio è l’omonimo racconto di Nathaniel Hawthorne, “The minister’s black veil” (1836): riunita in chiesa la domenica mattina una comunità puritana del New England vede arrivare il pastore con la faccia coperta da un doppio velo di crespo nero. Non lo toglierà per il resto della sua vita, anzi sarà sepolto con quel panno sul volto. «Il pastore rappresenta una linea retta –spiega Castellucci–, rigida, senza evoluzione: il dramma non è nel suo personaggio, ma nella comunità che lo guarda, non capisce, resta spiazzata e reagisce». Il velo infatti sconcerta i fedeli e d’altro canto i sermoni del religioso, pur non troppo differenti dal solito, acquistano un forte potere sul suo uditorio. La gente del villaggio vorrebbe chiedere spiegazioni, ma alla fine non ci riesce e la stessa promessa sposa del pastore, Elizabeth, rinuncia al matrimonio. È il mistero del velo, una sottrazione del volto che apre un buco nero nell’individuo e una vertigine di senso nella comunità a interessare Castellucci, che nel testo di Hawthorne trova non un racconto da narrare, ma un terreno di partenza da dove estrarre figure primarie ed energia teatrale da riversare nella drammaturgia.Un teatro il suo che passa attraverso le immagini e i suoni –anche nel caso delle parole spesso alleggerite dal loro significato– proiettati sul pubblico inteso non come ricettore passivo, ma come reagente primario. Dopo la Trilogia ispirata alla “Divina Commedia” (Festival d’Avignone 2008), “Sul concetto di Volto nel Figlio di Dio” (Romaeuropa 2010), la messa in scena di “Parsifal” di Richard Wagner (La Monnaie, Bruxelles 2011), con “Il Velo Nero del Pastore” Castellucci firma un’ulteriore tappa di quella che appare una ricerca intorno alla intrinseca potenza religiosa del teatro, lontano dalla mistica e dalla demistificazione, perché, come dice il drammaturgo «in definitiva si tratta –ogni volta- del ritratto di un uomo. Un uomo messo a nudo davanti a altri uomini, a loro volta messi a nudo da quell’uomo».