UN FESTIVAL SEMPRE GIOVANE
Gli anni passano e il Festival Romaeuropa si avvia a celebrare il quarto di secolo di vita. Dovrebbe invecchiare ed invece è sempre più giovane e stimolante. Ha perfino una nuova sede all’Opificio all’Ostiense. Sta nell’antico lanificio dove faticarono generazioni di operai, in modernissimi locali ristrutturati, dove si incontreranno nei giorni del Festival artisti e pubblico. Anche qui dunque il passato non si piega su se stesso, ma diventa nuovo.
La giovinezza del Festival deriva dalla sua capacità di seguire l’evoluzione dell’arte, dei suoi linguaggi, dei suoi incontri ed incroci in un mondo in crisi , ma in rapida evoluzione, piena di stimoli. Romaeuropa prosegue la sua opera di confronto e di dialogo fra civiltà e popoli nel suo perseguire scopi di pace, di unione dell’Europa di quella, più in generale, internazionale.
Venire al nostro Festival significa incontrarsi con molti Paesi, con molte forme d’arte, con una rete di istituzioni culturali romane che lavorano insieme, ed incontrarsi con voci classiche e voci nuove anche d’avanguardia. È interessante notare che addentrandoci sulla via della modernità, non finiamo in un algido mondo elitario, ma ci incontriamo invece, come dimostrano i nostri ultimi Festival, con un vasto pubblico, soprattutto giovanile, a dimostrazione che parliamo il linguaggio dei nostri giorni.
C’è quest’anno un’ampia gamma di Paesi, dall’Italia alla Germania, dal Giappone all’India, dalla Francia alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti all’Argentina, dal Belgio alla Repubblica Ceca, da Israele alla Croazia. Ci sono grandi nomi che tornano come Bill T. Jones o grandi compositori come Honegger con Jeanne d’Arc au bûcher , realizzata da Santa Cecilia ed il suo grande direttore Pappano, o come Gershwin con il ritorno di Montalvo-Hervieu, e c’è la musica elettronica e le voci nuove dei giovani artisti. C’è la collaborazione con L’Auditorium Conciliazione, l’Accademia Filarmonica e l’assiduo comune lavoro nel Teatro Palladium (ed in altri campi) con l’Università Roma Tre.
Nel nostro continuo, mai abbandonato, lavoro di confronto fra le diverse civiltà c’è quest’anno un evento di grande rilievo ed interesse: è il Śakuntalā indiano. L’antica saga del teatro sanscrito, con il ritmo dei suoi tamburi e lo sfarzo dei suoi costumi. Ci avvicina alla storia di un Paese che è alla ribalta dell’attenzione mondiale per il suo imperioso sviluppo.
Credo che venire al Festival Romaeuropa significhi ancora una volta venire a incontrare il mondo di oggi, a conoscerlo meglio e nello stesso tempo a godere la bellezza dei valori dell’arte.
Giovanni Pieraccini
ROMAEUROPA FESTIVAL 2008
Dalla chiusura dell’edizione 2007, con l’apertura delle Officine Marconi alla Romanina, sono passati solo pochi mesi, che però sono stati particolarmente densi di novità per noi ( e probabilmente non solo per noi). Quest’anno il Festival si riprende il suo spazio temporale naturale da fine settembre ad inizio dicembre, si svolgerà per la prima volta nella sua storia in spazi tutti privati segno dell’inaccessibilità dal sistema pubblico a Roma, con la bella eccezione della sempre viva collaborazione con l’Accademia Nazionale di S. Cecilia. Roma ha finalmente a disposizione un grande spazio privato per la danza grazie alla partnership con l’Auditorium Conciliazione mentre prosegue la collaborazione con l’Accademia Filarmonica al teatro Olimpico e si aprono nuove complicità con il Centro Ricerche Musicali. La nostra nuova sede, l’Opificio, sarà il centro delle idee e degli incontri con gli artisti, testimonianza della necessità per noi vitale di ascoltarne le ragioni e le motivazioni. Le Officine Marconi, dopo il lungo sonno di questi mesi, vivranno ancora per due notti digitali. Il Palladium dell’Università Roma Tre sarà sempre più il luogo delle avventure artistiche più libere e il Brancaleone delle sperimentazioni elettroniche più nuove ed apriremo una Web Factory powered by Telecom Italia per la creatività delle community della Rete. A differenza degli ultimi anni, questa edizione non avrà temi e fili specifici, ma artisti con le loro creazioni.
E non possiamo ignorare che il nostro festival si inserisce in un contesto più ampio che merita alcune riflessioni. Sembra infatti ci siano oltre 1.200 festival in Italia, almeno secondo le notizie riportate da alcuni organi di stampa. E’ la cifra più alta segnalata in Europa, e molte di queste manifestazioni sono nate sicuramente negli ultimi quattro/cinque anni: d’altra parte basta osservare ciò che è accaduto in particolare a Roma.
Ai festival viene oramai chiesto un pò di tutto: dalla rivitalizzazione delle aree archeologiche al rilancio dei piccoli borghi, dal sostegno al turismo all’incremento dei P.I.L. locali, passando per la difesa dei prodotti tipici alla protezione della natura, e molto altro. La spinta pubblica, soprattutto locale, la contiguità alla politica ed al suo marketing, ed in alcuni casi i forti interessi economici, sembrano spesso essere i motivi fondanti di questa effervescenza. D’altra parte perché meravigliarsene quando tutto l’intero mondo delle attività culturali inteso nella sua accezione più ampia, come si è venuta affermando in questi ultimi anni, è attraversato da un fenomeno di crescita esponenziale e di cui alcuni progetti, essenzialmente pubblici, ne sono l’epifenomeno più evidente? Colpisce che i criteri di valutazione che si sono affermati per leggere, comprendere e giudicare questo sommovimento, siano esclusivamente numerici, quasi televisivi: la quantità di “eventi” offerti, il pubblico raccolto, la massa monetaria circolante e/o generata. E che conseguentemente questa onda stia vertiginosamente guadagnando anche l’attività stessa di alcuni creatori, sempre più stimolati dal “mercato” a produrre con maggiore solerzia, essendo la produzione estetica oramai una componente essenziale della logica culturale della nostra società produttiva. Ed è altresì evidente che tutto ciò rappresenta anche maggiori opportunità per gli artisti e per il pubblico. Non si può infatti ignorare che l’attività artistica conosce oggi una esplosione che non possiamo non salutare con gioia.
Ed allora in questo contesto per noi di Romaeuropa presentare l’edizione numero venti tre del nostro Festival significa riaffermare la condizione di una manifestazione che rimane coerente alla propria vocazione originaria. Essere luogo di incontro con gli artisti, riconoscere il valore unico delle loro proposte, affidarsi alla forza dei loro universi, che nella diversità delle estetiche ci propongono l’opportunità di accedere ad esperienze sensibili, particolari, originali. Continuare a porre al centro del Festival delle opere forti, capaci di raccontarci il nostro tempo e di esprimere l’indicibile come solo la libertà dell’arte è capace di fare.
Perché ciò sia possibile è necessario essere vicini alla creazione, anche un po’ artigianali, meno macchine industriali di consumo, poiché il lavoro degli artisti ha una sua strutturale fragilità che va seguita e protetta nel suo percorso. La nostra vocazione ci spinge quindi ad essere presenti nelle reti internazionali nelle quali scambiare e discutere, così come ad essere radicati nella nostra città e cogliere i suoi fermenti di cui presentiamo alcune sue espressioni. “Ci prende” questo Festival 2008, e speriamo “vi prenda”, pubblico, istituzioni, partner privati e media. Voi che ci seguite e ci permettete questo lavoro ed ai quali porgiamo il nostro ringraziamento.
Monique Veaute, Fabrizio Grifasi