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| Testo e regia Emma
Dante Con Enzo di Michele, Giacomo Guarneri, Ersilia Lombardo, Alessio Piazza Luci Cristian Zucaro Durata 60 minuti Produzione Compagnia Sud Costa Occidentale Co-produttore principale Romaeuropa Festival 2004 Co-produzione Festival Internazionale Castel Dei Mondi – Andria, Scènes Etrangères La Rose des Vents – Lille métropole Dopo ‘mPalermu e Carnezzeria, Emma Dante chiude, con Vita mia, la trilogia legata all’universo familiare della sua Sicilia. Testo dialettale, strettamente legato alla gestualità ed all’espressività del corpo, Vita Mia si presenta come una surreale e carnale elaborazione del lutto, una ricerca viscerale sulla morte perché non sia vissuta più come tabù, evento innaturale, tragedia tra santini prefiche ed ex voto. E allora questo dramma, che prima o poi rigurda ciascuno di noi, viene raccontato con tono beffardo e grottesco, fino alla negazione della sua stessa potenza. Vita Mia (l’appellativo con cui le madri siciliane apostrofano i figli) diventa così una veglia funebre senza il morto, un rito a cui sono invitati gli spettatori, in un numero limitato, ogni sera. Sulla scena campeggiano un letto («è un catafalco, un monolite che trascende tutto, ci si dorme, ci si fa l’amore, ci si partorisce, a volte ci si mangia e immancabilmente ci si muore», dice Emma Dante), una bicicletta e poi gli attori e la vita, soprattutto, che diventa una corsa estenuante attorno a questo letto vuoto, un atto di ribellione di una madre che non accetta la morte di uno dei suoi figli - il preferito dei tre, il più bello. Corre la madre, corrono i figli, ed il letto rimane vuoto: finché è vuoto la vita scorre, ma prima o poi quel letto deve essere occupato ed il morto deve essere “consato” e tutti i simboli funebri devono offrirsi al necessario compimento del rito. La madre si arrende infine, come è giusto che sia, all’inevitabile destino e veste quel corpo di bianco, per poi coricarvisi accanto con il suo vestito più bello. |
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