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Evento Rassegna stampa La via della seta |
LA VIA DELLA SETA di Marco Boccitto Benvenuti sulla Via della Seta, perché una strada così solenne rappresenta oggi un valore. Infatti è ormai chiaro che con la diffusione di modi sempre più rapidi di spostarsi, sia andato irrimediabilmente perdendosi l’essenza stessa del viaggio: che vuol dire muoversi da un luogo all’altro, facendo bene attenzione ad attraversare, conoscere, annusare tutto quello che c’è in mezzo. L’interzona, che per altri versi sembra andare molto di moda, giace suo malgrado in un persistente cono d’ombra. Normale, quindi, che a proposito di un percorso come quello che suggerisce il titolo di questa sezione del Romaeuropa Festival ’97, ci sia innanzitutto la necessità di scardinare il luogo comune di un’Asia veramente Minore, meno esposta ed appariscente. Un Oriente che pure ha conosciuto greci, persiani (una dinastia musicofila come quella dei Sassanidi), arabi, turchi, influenzandone e metabolizzandone l’arte. Ha preso, dato, ancora preso e ordinatamente messo da parte. Ha visto nascere nelle sue città raffinate musiche d’arte, poetiche fragranti e spiritualità infuocate. L’appuntamento, quindi, è all’incrocio tra la Via della Seta e quella, altrettanto importante, del radif, il repertorio classico della musica persiana. O del maqâm (makam, mugham, ecc.), l’antico e complesso sistema musicale diffuso dalla Mesopotamia al Nilo, sulle piste del deserto e lungo la transcaucasica, dal mondo arabo all’Asia centrale, da Tunisi a Samarcanda. Sfoggio di abbandono nell’erudizione, e viceversa. Il canone come baricentro, non in segno di pigra e ossequiosa subalternità ma per rendere più avvincente e sfumato il gioco di ogni nuova creazione. Musica colta, che però non ha motivo di essere contrapposta a quella popolare. Nell’Azerbaijan di Alim Qasimov , ad esempio, anche i più virtuosi esponenti del mugham, educati nelle rinomate scuole del Nord, possono vestire i panni degli ashik, i cantastorie tradizionali che ancora spopolano nel Sud. E spesso accade anche il contrario. Contemporaneamente daf, tar, kamancha e altri strumenti di origine contadina vengono volentieri integrati nei ranghi delle orchestre sinfoniche. E la stessa attenzione per i diversi strati della sfera musicale di un popolo trova riscontro nell’arte vocale della cantante uzbeka Monâjât Yulchieva, nelle fratture microtonali del maqâm locale. Alto e basso, la regola e il suo superamento. Persino nelle trasparenze abissali del radif iraniano – il canto classico nel quale Mohammad Rezâ Shadjariân è un interprete superbo – dove si sarebbe tentati di ravvisare una purezza assoluta, una stasi prossima alla perfezione, la tensione che si crea tra il millenario labirinto melodico e l’istinto all’improvvisazione, tra il verso poetico e la frase musicale, è la scintilla che sposta ogni volta i limiti, gli estremi di questo tragitto. Buon proseguimento. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1997) |
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