|
|||
Evento Rassegna stampa La via della seta |
Rassegna stampa «Monâjât Yulchieva, in un recital che ha lasciato in molti più di un caro ricordo, ha disvelato le “intrusioni” musicali raccolte e assimilate dalla sua terra. Il suono dell’Uzbekistan, la regione meridionale dell’Afghanistan, ha raccolto senza gelosie e recriminazioni due correnti fondamentali. Come mostrano gli accenti tipicamente turchi della musica tradizionale e le mosse melodiche e poetiche mediorientali (nuba, malouf) dei brani classici. La splendida e scura vocalità della Yulchieva accompagnata dal mobile bordone del rabâb (suonato da Shawqat Mirzaev, suo maestro privilegiato) scorre lungo l’improvvisazione diafana delle introduzioni prima di raggiungere gli sviluppi concitati della seconda sezione delle composizioni. È qui che si aggiungono i liuti saggiamente amministrati da Shohrat Razakov (dotâr, in alcuni casi sostituito da un tipico tamburo a cornice) e Ahmatjon Dadaev (ghidjak). Basta un piattino da thè, poi, che la cantante avvicina e respinge dalla sua bocca per intervenire sulle vibrazioni dell’aria, ad indicarci come sia proprio la casa da thè il luogo privilegiato di questa musica che parla d’amore, di spirito e degli intrighi del potere». (Luca Perini, Monâjât Yulchieva nella casa del thè, Il Manifesto, 5 novembre 1997) «L’ultimo appuntamento di questo percorso curato da Romaeuropa e simbolicamente denominato “La via della seta”, è stato quello con l’azero Alim Qasimov. Un’altra voce di straordinaria intensità ed abilità esecutiva, accompagnata da strumenti tradizionali suonati da lui stesso (il daf), e dai musicisti Malik Mansurov (al târ) e Elshan Mansurov (al kamantcheh). [...] Qasimov attinge il suo repertorio dalla tradizione dei bardi âshiq, che a differenza del maqâm si è sviluppato in un ambiente prettamente rurale. Con il tono grave e sensuale di una voce di singolare vigore espressivo, le immagini della fatica e dell’attaccamento alla terra, della sofferenza e poi dell’amore, del desiderio e del rimpianto si insinuano dolci e malinconiche come un brivido sotto la pelle. Con la violenza di una passione che esplode, un mondo inaccessibile alle parole prende forma, avvolge e inebria». (Maria Pia D’Orazi, Brividi per una voce, Il Giornale di Roma, 25 novembre 1997) |
||