|
|||
Evento Rassegna stampa Danza contemporanea inglese |
Rassegna stampa «In un’originale intersezione tra danza post-moderna americana e il Teatro –danza europeo Burrows sembra quasi voler sottolineare la bellezza del brutto, ma anche voler mettere a nudo le ipocrisie e le contraddizioni della società contemporanea (specie britannica) conservatrice e antiliberale». (L.T., L’inquieto Burrows Group, Il Tempo, 20 luglio 1993) «Una scena semplice delimitata solamente da una fila di lampadine. Sul fondo, ad un piano elettrico, Matteo Fargion esegue dal vivo le musiche da lui stesso composte, le interpreta anche col canto usando la tonalità alta dei castrati di settecentesca memoria: finalmente una musica che non commenta e non accompagna, ma dialoga con sapienza e misura insieme alla danza. [...] I ballerini di Very un po’ monellacci, un po’ bambini passano dal riso alla rabbia, dalla carezza all’aggressività, senza soluzione di continuità, com’è proprio dell’età infantile. Come se il linguaggio e la ricerca coreografica di Jonathan Burrows andasse a rintracciare le origini dei gesti e dei comportamenti, in quella zona inesplorata dove l’istinto la fa da padrone». (Giulia D’Intino, I monelli danzano senza sesso, Paese Sera, 21 luglio 1993) «In Very (1993), sulla falsariga di una ricerca che va mutando di forma ma non di contenuti, Burrows mette in scena la “brutta verità” della vita, la impossibilità, se non momentanea ed episodica, della comunicazione interpersonale. I tre danzatori […] si rimbalzano a lungo le loro isterie, si malmenano, si strapazzano crudelmente, si lasciano narcotizzare da reiterati saltelli, cadute improvvise, gesti spigolosi, pur restando ognuno prigioniero della propria corporeità». (Lorenzo Tozzi, Burrows o la brutta verità, Il Tempo, 21 luglio 1993) |
||