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Evento Multimedia Rassegna stampa Ballets Russes Omaggio ai Ballets Russes |
Rassegna stampa «L’aspetto figurativo sembra prendere il sopravvento su quello propriamente coreografico, ma è questa una scelta obbligata visto che anche nella Parade massiniana (1917) quell’aspetto era predominante. Un balletto in definitiva sbrigliato, ironico, con sequele di “numeri” coreografici tenuti insieme da un istrionico buttafuori d’eccezione (ovvero lo stesso Preljocaj, in veste di mattatore). [...] In un ambiente contadino [Noces, n.d.r.] esplodono le contrastanti forze dei due sessi che si palleggiano spose-manichino in un cangiante rapporto di forza e di sopraffazione. All’edizione di Preljocaj manca invero quella dimensione rituale, arcaica, iterativa, ieratica propria dell’originale versione coreografica della Nijinska (1923), nonché della musica di Stravinskij. La sua, al solito, è una personale rilettura, avvalorata da una compagnia tecnicamente solida, lanciata ininterrottamente in un “tour de force” galvanizzante e sfrenato». (Lorenzo Tozzi, Omaggio a un mito: Diaghilev, Il Tempo, 14 luglio 1993) «Parade di Cocteau-Satie-Massine-Picasso (1917) è così strettamente legato nell’idea e, diciamo pure, nella boutade cubista del momento, che una rivisitazione completamente svuotata dei suoi contenuti lo riduce ad una parata di costumi dai colori rutilanti (di Hervé Pierre) incorniciati da una scenografia astratta del giapponese Aki Kuroda, [...]. Le note famose dell’Invito al valzer di Weber [Le spectre de la rose, n.d.r.] restano di sfondo all’azione, giocano di indubbio contrasto, al proscenio: una storia di sesso e di violenza che, tutto sommato, ci lascia abbastanza indifferenti ed è il mistero degli accadimenti imprevisti ad impossessarsi di noi. Les Noces [...] mettono in luce quel tanto di tragico e di barbarico che è nella partitura e il senso che, volenti o nolenti, ravvisiamo spesso nella cerimonia nuziale: un rito di convenzione, per convenienza sino al tocco funereo delle campane che riducono quello che dovrebbe essere “il giorno più bello della vita” in una spersonalizzata esibizione di manichini gettati all’aria». (Alberto Testa, Una inutile “Parade” con Angelin Preljocaj, la Repubblica, 15 luglio 1993) «Nel suo Spectre, ricostruito con una certa ironia, Preljocaj si premura di mantenere l’effetto “balzo dalla finestra” dello spettro, che ha sempre incantato il pubblico del balletto originale. Perciò ha fatto costruire dei veli neri attraverso i quali balzano in avanti, quasi provenienti dal nulla, due toreri che si accoppiano con altrettante damine d’inizio secolo; gli approcci sono prudenti, scanditi sulla musica geometrica di von Weber. Si vede che per Preljocaj il torero è simbolo della virilità più conclamata: la giusta ricompensa per signorine vacue e vezzose. Ma la sua “critica” allo Spectre non si ferma qui. Il palcoscenico propone al di là di uno dei “muri” neri che lo divide a metà, una fanciulla magra in sottoveste, presto sopraggiunta da uno spettro che sarebbe cosparso di rose, se il suo costume non fosse sgualcito e soprattutto nascosto da un impermeabile. I due scalfiscono la musica mielosa con un tormento di coppia dai gesti nitidi e secchi. Quando l’ombra di una finestra proiettata a terra comprende il corpo scosso dai brividi della fanciulla – rimasta sola, perché lo spettro sgualcito se ne è andato – comprendiamo che il messaggio di Preljocaj è quanto di più desolante si possa immaginare: i sogni romantici non esistono più. Il desiderio amoroso in realtà è un inutile dolore». (Marinella Guatterini, Preljocaj il “rivisitor” gioca con i mostri sacri, l’Unità, 16 luglio 1993) . |
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