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Evento Multimedia Rassegna stampa Ballets Russes Omaggio ai Ballets Russes |
OMAGGIO DI ANGELIN PRELJOCAJ
AI BALLETS RUSSES di Sergio Trombetta Parade, Le spectre de la rose, Noces sono tre titoli-mito dei Ballets Russes di Djagilev. Nati rispettivamente nel 1917, nel 1911 e nel 1923, caratterizzano tre momenti diversi del percorso artistico della compagnia di Diaghilev. Si va dal neoromanticismo di Spectre (musica di Weber, coreografia di Fokine) intriso di nostalgia ottocentesca, al cubismo fracassone di Parade (musica di Satie, coreografia di Massine), che vive sulla complicità dei costumi e il décor di Picasso, per arrivare al formalismo di Noces dove la rievocazione del rito contadino delle nozze è esaltata dalla musica di Stravinskij e dalla coreografia di Bronislava Nijinska. Questi tre balletti, spesso riproposti come classici del ’900 in una dimensione quasi museale, avevano comunque una carica innovativa che colpiva, stupiva, spiazzava lo spettatore dell’inizio del secolo. «Jean etonne moi» (Jean stupiscimi) è la frase che Sergej Diaghilev amava rivolgere a Jean Cocteau, autore di molti libretti di spettacoli dei Ballets Russes, in questo caso di Parade. È facile immaginare allora che Angelin Preljocaj, una delle più fervide e lucide menti della nuova coreografia francese, nell’avvicinarsi a questi classici abbia voluto conservarne la forza innovativa. La sua versione, dunque, è totalmente infedele nell’aspetto esteriore alle tre coreografie di Fokine, Massine e Nijinska, ma è invece quanto mai fedele allo spirito dei tre balletti aggiornati e attualizzati. Spectre e Parade sono le due novità per l'Italia, nate per iniziativa dell’Opéra di Parigi e del Festival di Avignone. «Soulève ta paupière close/qu’effleure un songe virginal/je suis le spectre d’une rose/que tu portais hier au bal». Questi versi del 1837 di Théophile Gautier erano il “programma” del balletto concepito da Fokine nel 1911 dove lo spettro della rosa, allora l’inarrivabile Nijinskij con un costume di petali di rosa, visita la fanciulla che, rientrata dal ballo, si è assopita su una poltrona. Preljocaj attualizza, brutalizza quella visione romantica. Il sogno della fanciulla diventa un incubo. Lo spettro della rosa assume le fattezze del fantasma orrendo di uno stupratore. Il delicato passo a due diventa una danza di sesso e violenza che si specchia nella danza serena e fuori del tempo di due coppie (due belle castigliane e due toreri) che agiscono imperterrite nel grande cubo di garza posto nella parte a sinistra della scena. Parade voleva essere nelle intenzioni di Satie-Cocteau-Picasso un “aperitivo coreografico” che privilegiava l’aspetto visivo delle scene e dei costumi. Una scelta rispettata in pieno da Preljocaj. Il coreografo ha affidato al giapponese Aki Kuroda il compito di disegnare un fondale bianco occupato da grandi segni astratti neri e un arco quadrato rosso, sorta di ingresso al circo per i giocolieri della parata. I costumi di Hervé Pierre sono di una fantasia scatenata e mai risaputa. Coloratissimi, mescolano canottieri primo ’900 a personaggi alla Flash Gordon, a esserini femminili assolutamente contemporanei. La danza qui, seppure sempre di qualità, passa in secondo piano. Per tornare però protagonista nel brano finale, Noces. Un senso di tragedia, di rito barbarico, di matrimonio come costrizione, come scambio della giovane sposa è presente in questa rielaborazione di Noces. Quando lo spettacolo debuttò, nel 1989, era facile vedervi il gusto insieme violento ed esaltato di certe feste zingaresche e balcaniche dei film di Kusturica. Oggi, alla luce della tragedia che insanguina i Balcani, le Noces di Angelin Preljocaj, con quelle spose-manichini gettate in aria, private di ogni personalità, acquistano una verità ancora più drammatica e sconvolgente. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1993) . |
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