|
|||
Evento Multimedia Rassegna stampa Ballets Russes Omaggio ai Ballets Russes |
I BALLETS RUSSES di Angelin Preljocaj I Ballets Russes sono ancora oggi un punto di riferimento incontestato dell’avventura artistica, originale e multiforme, condotta da Sergej Diaghilev dal 1909 al 1929. Questa troupe di nomadi dei tempi moderni ha per 20 anni solcato l’Europa e l’America, con opere considerate capolavori. Questi balletti leggendari, in cui ogni titolo evoca un’audacia, un’invenzione, hanno avuto la collaborazione dei più grandi artisti dell’epoca, Stravinskij, Picasso, Prokof’ev, Nijinskij, Satie, Braque. Da allora, moltissime istituzioni hanno reso omaggio al loro talento, alla loro vitalità, con retrospettive e spettacoli dedicati ai Ballets Russes. A nostra volta, vogliamo rendere loro omaggio, ma mettendo in gioco la stessa passione da cui, allora, erano animati: passione d’inventare, di creare, di rischiare nuove collaborazioni con i creatori di oggi. «Stupiscimi», diceva Diaghilev a Cocteau. Se noi potessimo ancora un po' incuriosire il grande Sergej, ne sarei felice, perché più che un riferimento, i Ballets Russes sono un modello. Questo primo grande Corpo di Ballo contemporaneo della storia ci ricorda che, prima di diventare “classica”, un’opera, qualunque essa sia, è stata innanzitutto, al suo tempo, “contemporanea”, immediata e viva. Tocca a noi, adesso, assumere i nostri doveri, e prendere la staffetta. Dopo Noces, già nel nostro repertorio, ho scelto di “rivisitare” due altre opere dei Ballets Russes: Parade con la musica quasi da fiera di Satie, e il mitico Spectre de la Rose, sull’Invito al Valzer di Weber. Da sempre, fin dai tempi lontani a cui la mia memoria è in grado di risalire, Les Noces hanno suonato per me come una strana tragedia: tradizione balcanica, o sguardo di fanciullo lunatico, io sapevo che intorno alla fidanzata, sempre assente dai festeggiamenti, il mistero si sarebbe infittito man mano che le damigelle d’onore si sarebbero occupate di preparare quella “merce di scambio” che sarebbe passata da una famiglia all’altra, e dopo, che ella sarebbe apparsa all’ultimo momento, quando tutte le coscienze, stordite da una giornata di dolce ebbrezza, si sarebbero rivolte a lei per non ignorare più quel presentimento di dramma del quale ella era l’immagine velata. Allora, offrendosi come la figura capovolta di un rituale funebre, ella avrebbe versato le sue lacrime avanzando verso il rapimento consentito. Proprio come le Noces, io non avevo visto Parade prima di lavorarci. Ne conoscevo le celebri scene e i costumi di Picasso, l’argomento di Cocteau. Dopo aver consultato numerosi pittori, tutti hanno rifiutato: l’ombra di Picasso incute timore. Per accettare, occorreva essere giapponese: Aki Kuroda ha raccolto la sfida. Ed Hervé Pierre, ex stilista di Balmain, farà i costumi. Io non mi occupo dell’argomento, che trovo assai debole. Rimango piuttosto nel circo: tutti i miei ballerini sono iscritti presso Annie Fratellini. Non per fare dell’acrobazia, ma per tenere aperto l’occhio, per il tendone, per gli odori. Tre elementi mi stanno a cuore: la musica di Satie, la pittura di Kuroda e la gestualità che scaturisce dal circo, la danza, in una parola. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1993) . |
||