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Evento Rassegna stampa Nuovi Spazi Musicali |
Rassegna stampa «È un bel gioco della fantasia, tanto più intrigante, quanto più legato alla realtà del mondo e del suono. Il gioco della fantasia che produce Giochi sonori, che hanno nel pianoforte il loro prato smeraldino, luminoso di suoni in fiore. Correndo per il prato-tastiera, Kurtág, che ha per suo conto immagazzinato tutta la scienza possibile, si diverte poi a rifare tutto di testa sua. Una geniale testa sua, svettante in una felicità di nuovi pensieri. Raccoglie in quel parto quelli che più lo attraggono (li raccoglie sulla tastiera, a quattro mani, unendo alle sue quelle di Marta Kurtág, la moglie, straordinaria pianista anche lei) li spoglia, li ricompone a suo gusto.[...]». (Valente Erasmo, La tastiera magica di György Kurtag, l’Unità, 14 giugno 1991) «Il suo pianoforte (Kurtag, n.d.r.) sembra quasi un gioco per sperimentare sonorità inusuali, proprio come fa un bambino con i suoi balocchi, preso da curiosità. Clusters (grappoli di note), puntillismo (note isolate lasciate virare sulla tastiera), glissandi veloci (rapide sequele di note ascendenti o discendenti) pennellano quadretti aforistici, miniature sonore, fugaci e cangianti, come un caleidoscopio che è sempre mutevole di fattezze e di colori.[...]». (Tozzi Lorenzo, I giochi di György Kurtag, Il Tempo, 16 giugno 1991) «Il gruppo inglese Parnassus Ensemble composto da giovani strumentisti ha aperto il concerto con un brano per viola, violino e violoncello di Judith Weir, compositrice britannica classe 1954. Qui, dopo un attacco d’effetto del trio, il linguaggio si è impreziosito di passaggi virtuosistici abbinati ad ampie frasi melodiche. Subito dopo Phrase a trois di Sylvano Bussotti con lo stesso organico del pezzo precedente in cui, dopo una partenza tesissima del violoncello, caratterizzata da una linea particolarmente legante, i tre strumenti con suoni quasi sussurrati sono stati a turno solisti. Passaggio ad un’atmosfera estatica ed incantevole per il brano di David Matthews Clarinet quartet per clarinetto, viola e violoncello dove lo strumento a fiato crea, attraverso ampi volteggi, il vero filo conduttore di questa partitura. Coinvolgente e spiritoso il brano conclusivo in programma, The jellow pages di Michael Torke, una delle ultime leve americane, in cui attraverso piccoli giochi ritmici e microstrutture melodiche il compositore è riuscito a catturare in pieno l’attenzione del numeroso pubblico intervenuto». (Bondolfi Giulia, Giovani da sentire, Il Messaggero, 1 luglio 1991) |
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