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Cartellone 1990
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NUOVI SPAZI MUSICALI - 5 CONCERTI DI MUSICA ITALIANA ED UNGHERESE
Accademia di Ungheria, Palazzo Falconieri,
7, 10, 14, 17, 21 maggio 1990

Evento
Rassegna stampa

Programma
Da Bartók verso il futuro
Rassegna stampa

«Sta al centro di piccoli complessi strumentali (un violino, un clarinetto, un contrabbasso), nero, su quattro zampe che reggono un tavolo trapezoidale. È il cymbalom, favoloso strumento tzigano, il cui timbro ha oggi soprattutto una risonanza ungherese. All’interno del trapezio si tendono corde che vengono toccate con bacchette. Strumento antico, è giunto all’attenzione della musica d’oggi. [...] Una coppia di questi strumentisti, un Duo costituito da Márta Fábián e Ágnes Szakály, ha inaugurato presso l’Accademia d’Ungheria, la stagione dei Nuovi Spazi Musicali, che ha dato il via, a sua volta, al festival RomaEuropa 1990. ne sono protagonisti, oltre che quella d’Ungheria, anche le Accademia di Francia, Germania, Spagna e il British Council.
Da quella che poteva essere la sorpresa del cymbalom in Erkel, Liszt, Kodály, Bartók e il primo Kurtág (avremmo potuto avere una più sfumata “storia” di questo strumento nel gusto moderno), si è giunti ad una sorta di convenzionale, manieristico “omaggio” al cymbalom, da parte di compositori che hanno, suppergiù, tutti da dire la stessa cosa. È venuta in primo piano piuttosto una monotonia che una ricchezza del cymbalom, che non ha, però, sminuito la fondamentale bravura delle due musiciste, virtuose dello strumento. Ciò diciamo non senza riconoscere l’eleganza della scansione ritmica degli Intermezzi di Ivan Patachich, l’intensità della Meditatio (1989) di István Vántus, un’aristocratica finezza al Capriccio interrotto (1989) di Pál Rózsa, la vitalità di un Duo (suite di sette pezzi) di István Lang. Successo e pubblico tantissimi».
(Erasmo Valente, Meraviglie del “cymbalom”, l’Unità, 12 maggio 1990)

«C’era la sensazione edificante di partecipare a una festa europea estesa ai paesi dell’Est, l’altra sera, al concerto dell’Accademia d’Ungheria che ha inaugurato la rassegna Romaeuropa. Da quest’anno il festival Romaeuropa non riguarda più soltanto l’Accademia di Francia, ma coinvolge alcune consorelle: l’Accademia Tedesca, quella di Spagna; per l’Inghilterra, il British Council; e, appunto, l’Accademia d’Ungheria, i figli d’arte di Bela Bartók. [...]
Protagoniste della serata inaugurale, erano due grandi virtuose di cymbalom, antichi strumenti a corde di origine asiatica, importanti secoli fa nella sola Ungheria. Márta Fábián e Ágnes Szakály hanno promosso il cymbalom al ruolo di strumento solista. Stravinskij lo aveva incluso nell’organico della Histoire du soldat, ma nessuno ne tenne mai conto, nelle esecuzioni, perché fuori dall’Ungheria il cymbalom era introvabile. [...] Osservando l’abilità funambolesca delle due interpreti, e ascoltandole, si viene colti da sgomento. Evidentemente per gli ungheresi il cymbalom è dotato di magiche attrattive. Fra i dieci compositori contemporanei che gli hanno dedicato i brani ascoltati, era difficile definire una qualche identità personale: Ivan Patachich, István Vántus, Miklós Csemiczky, István Bogár, Máte Hóllós, Pál Rózsa, István Lang, Jenó Pertis; l’unico risultato poeticamente diverso era György Kurtág. D’altra parte è difficile individuare il volto di un musicista quando l’esigenza di presentare tante novità, nello spazio di una o due ore, riduce l’ascolto a una sorta di campionario».
(Mya Tannenbaum, Due muse al cimbalom. La terza al clavicembalo, Corriere della Sera, 10 maggio 1990)

«Nel secondo appuntamento dei “Nuovi Spazi Musicali” , la rassegna coordinata da Ada Gentile che apre l’edizione ’90 del Festival RomaEuropa, sono state proposte, appunto dal Quartetto Aquilano, ben quattro prime esecuzioni assolute: Alberi di Riccardo Bianchini, Jongleurs, di Pier Michele Bertaina, Dal fondo, la luce, di Piera Pistono, e Quartetto per sax n. 1, op. 26.
La prima considerazione che viene di fare è che c’è una sorta di costante nelle quattro composizioni: e cioè la vocazione jazzistica. Può essere più lontana per qualcuno (Bianchini e la Pistono), incombente per altri (Bertaina e Marocchini), ma pare irrinunciabile, forse connaturata alla voce stessa dei sassofoni. Insomma l’operazione somiglia, per contrasto, a quella compiuta sulla costa del pacifico negli anni Cinquanta, quando formazioni jazzistiche più o meno occasionali (per lo più messe insieme dagli orchestrali di Kenton in libera uscita) si riempirono di flauti, oboi, corni inglesi e qualcuna persino di violoncelli, clarinetti bassi e corni francesi. Ora accade il contrario: e bisogna dire che la commistione ha effetti più decisi di quelli di allora. [...]
I quattro aquilani sono molto bravi, anche se non affiorano distintamente le qualità individuali all’ascolto di brani in cui conta più il raggruppamento di suoni che non l’impennata solistica, e tutto è in funzione della fusione delle voci e dell’equilibrio dei volumi».
(Virgilio Celletti, Un “Quartetto Aquilano” che fonde voci e suoni e “gioca” con il jazz, Avvenire, 12 maggio 1990)

«Alle 20.30 la Saletta di Palazzo Falconieri era già piena, un pubblico giovane, composto, venuto per ascoltare l’ultimo concerto del Festival RomaEuropa organizzato da Nuovi Spazi Musicali. Un omaggio a sei compositori nati nei primi anni trenta e che hanno in comune molto dello spirito della musica popolare ungherese. I lavori presentati nella serata, come è ormai in larghissimo uso nella musica d’avanguardia, sono stati scritti per due strumenti solisti, un violoncello e un pianoforte, e in alcuni casi dedicati ad uno strumentista vivente: il violoncellista Csaba Onczay. Questo concertista, tra i più affermati, non solo in Ungheria, ha aperto la serata con la Sonata per violoncello solo di András Borgulya in prima esecuzione assoluta. Di media statura e di massiccia corporatura, Onczay ha immediatamente messo in luce la sua personalità: quella di un musicista dotato di grande temperamento e tecnica virtuosistica abbinata ad una felice capacità di fraseggio».
(Giulia Bondolfi, La musica può essere anche un gioco, Il Messaggero, 24 maggio 1990)