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Evento Rassegna stampa Programma Da Bartók verso il futuro |
DA BARTÓK VERSO IL FUTURO di Michele dall’Ongaro Ci sono almeno due buoni motivi per occuparsi della musica moderna ungherese: perché offre molte opere di grande bellezza e perché la musica colta autenticamente ungherese nasce - secondo alcuni - proprio nel ventesimo secolo. Il musicologo Antal Molnàr pensa che le cause di questo ritardo siano da cercarsi nel mancato sviluppo della borghesia magiara «nell'epoca in cui in Occidente proprio quel ceto favoriva e promuoveva l'evoluzione culturale». Ma quali le ragioni storiche e sociali di questo “mancato sviluppo”? Molnàr ne indica alcune: 1) scarsa coesione - nell’antica Ungheria - tra comunità di slovacchi, russo-carpati, croati, serbi, tedeschi, romeni e magiari: un paese, quindi, unito economicamente e politicamente, ma non culturalmente; 2) distruzione delle poche tracce di comunità culturale tra diverse classi sociali provocata dalle guerre combattute nel Seicento; 3) continue migrazioni etniche facilitate - tranne nel Nord - dalle scarse barriere naturali; 4) conseguenze devastanti delle continue occupazioni dei tartari, dei turchi e - quella "interna" - degli ottomani durata 150 anni; 5) l'idioma ugro-finnico che isolò linguisticamente, nell'Europa centrale, la popolazione turco-mongola; 6) scarsità di traffici commerciali e culturali causata dall'assenza di coste; 7) condizioni meteorologiche estremamente variabili. Come se non bastasse dopo la liberazione dai turchi (1686) l'Ungheria divenne - di fatto - una provincia austriaca e la classe borghese si costituì all'inizio grazie soprattutto all'apporto di coloni tedeschi. Anche durante l'Ottocento i compositori ungheresi colti sono in prevalenza di lingua tedesca. «Inoltre - conclude Molnàr - mentre in nazioni a evoluzione normale le conquiste della musica popolare venivano assorbite dalla musica colta, in Ungheria la musica contadina rimase quasi sconosciuta negli strati sociali più elevati. L'autentica musica popolare ungherese - il prodotto spirituale più originale del paese - aspettava ancora nel 1904 di essere scoperta». Siamo arrivati così al punto principale: la presa di coscienza da parte dei compositori ungheresi dello straordinario patrimonio artistico racchiuso nella loro terra. È infatti grazie a questa scoperta che la musica ungherese si affranca definitivamente dall'influenza austro-tedesca per sperimentare nuove formule; non si può quindi parlare della recente produzione musicale di questo paese senza ripercorrere le tappe della grande avventura che ha portato allo studio del folclore magiaro. Per secoli si è identificata la musica contadina ungherese con quella propinata dalle bande zigane che, per il piacere della neonata borghesia cittadina, si esibivano nei locali e nelle piazze proponendo melodie dal carattere popolareggiante "abbellite" dai tipici virtuosismi gitani. In realtà - come ci ha insegnato Béla Bartók - gli autori delle melodie (noti o ignoti) provengono dalla classe borghese ungherese e i diffusori sono appunto le bande zigane, e questo spiega il motivo per cui questa musica è detta zigana. Ma anche Bartók ammetteva la reciproca influenza tra i genuini canti contadini e i canti colti popolareschi. Ma cosa è la vera musica contadina? «Il prodotto di un'opera di elaborazione compiuta da un istinto che agisce inconsapevolmente negli individui non influenzati dalla cultura cittadina», risponde Bartók (Scritti sulla musica popolare, a cura di Diego Carpitella, Universale Scientifica, Boringhieri, Torino, 1977). Un grosso contributo nella diffusione dell'equivoco lo aveva fornito - in perfetta buona fede - Franz (Ferenc) Liszt. Nel 1859 aveva affermato in un saggio (Des bohémiens et de leur musique en Hongrie) che la musica zigana era da riconoscere come unica, vera forma d'espressione genuinamente magiara («un errore madornale», secondo Zoltàn Kodàly). Per quanto musicologicamente sbagliata, la posizione di Liszt ebbe il merito di attirare sui problemi musicali ungheresi l’attenzione degli intellettuali dell’epoca per i quali - giova ricordarlo - riconoscere dignità artistica a manifestazioni di presunta origine popolare rappresentava certamente un bello sforzo. Di fatto l’equivoco si protrasse a lungo (quante rapsodie ungheresi...) anche se nel 1896 accadde qualcosa di nuovo: l’ungherese Bela Vikàr realizza - grazie all'invenzione di Edison - le prime registrazioni di canti popolari del suo paese. Spinto da motivi linguistici più che musicali Vikàr apre così la strada ai due pionieri dell'etno-musicologia: Bela Bartók e Zoltàn Kodàly. «Una circostanza aveva in quel periodo esercitato su di me un'influenza decisiva - racconta Bartók -, alludo alla corrente di pensiero che andava scoprendo e rivelando i valori tradizionali della nostra cultura nazionale». Le melodie raccolte dai due ricercatori pare assommino a oltre 15.000 mentre la loro attività etnomusicologica è ancora oggetto di studio in tutto il mondo. Ma dal punto di vista dell’attività creativa le esperienze di Kodàly e di Bartók non si possono accomunare. Per quanto abile e intelligente nell’uso del folclore magiaro Kodàly si limita nelle sue opere a rivestirlo di eleganti armonie arricchite da brillanti colori orchestrali. Sembra mancare però una severa indagine sul materiale e così l'esperienza di questo autore - fondamentale nello sviluppo del costume musicale ungherese, e in particolare nella didattica - appare priva di quella tensione che caratterizza il pensiero e l'opera del suo compagno di viaggio. Infatti Bartók non si ferma al dato popolare "oggettivo" ma sviluppa gli elementi di novità, rispetto alla tradizione colta, in esso contenuti. Il dissolvimento dell'impalcatura tonale stava conducendo Schönberg sul cammino della dodecafonia; mentre Debussy aveva svuotato di ogni funzione la logica convenzionale delle concatenazioni armoniche. All'alba del nostro secolo tutti gli elementi della sintassi tradizionale venivano sbriciolati nel tritatutto di una crisi sfociata nei due conflitti mondiali. In questo contesto Bartók scopre un mondo ideale («privo di scorie», dirà) dove trova le risposte alle domande del tempo. Ecco quindi apparire tecniche basate su invenzioni timbriche, scale extratonali, ritmi articolatissimi, microintervalli e nuovi procedimenti di elaborazione. Da queste intuizioni nascono le opere più vitali della nuova scuola ungherese. In particolare - mentre alcuni autori continuano a trastullarsi con danze "alla zingaresca" - György Ligeti (1923) e György Kurtág (1926) proseguono l'opera del maestro, non nel segno di mero epigonismo ma di sviluppo ideale e fertile. Oggi nella nuova Ungheria si lavora febbrilmente: il primo secolo di storia è stato scritto, ora bisogna andare avanti. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1990) |
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