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Cartellone 1997
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FESTIVAL NORDICO DELLA DANZA
Teatro Vascello,
dal 25 ottobre all’11 novembre 1997

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Programma
Il Festival Nordico
IL FESTIVAL NORDICO
di Rossella Battisti

Dallo splendido isolamento della danza nordica sono giunte in questi anni voci ricorrenti,
da quella mitica (anche perché molto se ne parla e poco purtroppo si rappresenta in Italia) della svedese Birgit Cullberg, echeggiata ancor più trasgressivamente dal figlio Mats Ek, a quella bilingue della finno-californiana Carolyn Carlson, più volte tornata nella sua patria di origine dove ha fatto proseliti illustri come Jorma Uotinen. Ma dei nuovi fermenti che germogliano in terra scandinava, poco si è saputo finora. Sono quindi delle primizie quelle che Romaeuropa convoglia sui nostri palcoscenici. Inediti interessanti anche per valutare la diversa alchimia prodotta all’interno della danza nordica da matrici spesso comuni a quella mediterranea o mitteleuropea (l’influenza della modern dance americana o dell’espressionismo tedesco, per esempio).

La scelta delle compagnie o degli autori, tutti appartenenti all’ultima generazione in scena, a volte non è stata complicata: in Norvegia esiste un’unica compagnia di danza contemporanea riconosciuta e sovvenzionata a livello statale, Nye Carte Blanche, un complesso di dodici ballerini scelti con sede a Bergen, dove hanno a disposizione un edificio tutto per loro, il Danseteatret. Dallo scorso agosto, inoltre, la compagnia ha ricevuto un ulteriore impulso dalla nuova direttrice, Karen Foss, già capo dell’Östgötaballetten di Norrköping in Svezia. Nei suoi intenti, quello di approfondire il lavoro della coreografa residente, Ina Christel Johannessen, ma anche di allargare il repertorio della compagnia ad altri giovani autori, all’insegna di una danza corporea e potente. In questa direzione si muove a suo agio Jens Østberg - che abbiamo notato qualche anno fa al festival Oriente Occidente di Rovereto -, un giovane coreografo svedese dal tratto energico, persino violento (e certo non poteva essere altrimenti per emergere sotto il dominio di Cullberg e figli). Johannessen, invece, predilige il lavoro di team. Collaborano sostanzialmente alla costruzione dei suoi spettacoli le scenografie metalliche di Jens Sethzman, i costumi scolpiti di Kathrine Tolo e la musica concreta - tra vento d’Islanda e patate che bollono - di Jørgen Knudsen.

È stata un’eredità onerosa la direzione dell’Helsinki City Theatre Dance Company assunta nello scorso autunno da Kenneth Kvarnström. Competere con le orme possenti lasciate da Jorma Uotinen o con quelle onirico-surreali della Carlson non è impresa da poco, ma il giovane ha grinta. Si era già fatto notare come danzatore e poi come coreografo: indole graffiante, tra scarponi neri e movimenti aguzzi. Sesso e rock, insomma. Ma per il suo debutto da reuccio dell’Helsinki cambia pelle: no-no sfiora l’ispirazione mistica, il movimento medita en ralenti. Via gli scarponi, i ballerini restano in calzini, vulnerabili officianti di un rito misterioso. Soffia su no-no un vento da fine millennio, il presentimento di una cupio dissolvi che tutto avvolge e spegne. E forse il tempo rallentato di Kvarnström è l’intuizione giusta per rinnovare l’efficacia di una danza contemporanea troppo innervata di tensioni.

Non parla solo cullberghese la coreografia in Svezia, e in scena ci prova Örjan Andersson a dimostrarlo. Esperienza affinata come danzatore in lavori di Kylián, Preljocaj, Mark Morris e in compagnie prestigiose come l’israeliana Batsheva, Andersson ci prova, da coreografo dal 1992. Qui in Italia presenterà uno dei suoi lavori più rifiniti, Arrival of the Queen of Sheba, in cui attraverso la struttura formale dei movimenti indaga sui riflessi psicologici della vita di gruppo. Come dire prossemica sociale in danza. Ma in programma ha inserito anche la sua ultima fatica, Heaven, ovvero il paradiso come luogo dove non succede mai nulla.

Pescare nel vivaio danese permetteva una certa dose di rischio: la danza in Danimarca ha spalle bournonvilliane forti e in giro per l’Europa ha mandato pezzi da novanta come Peter Schaufuss. Non deve garantire la bontà dei suoi metodi, dunque, o ribadire la storicità della sua tradizione, bensì preoccuparsi solo di mettere in luce gli ultimi nati. Lo fa mettendo in scena due danz-autori di varia estrazione: Thomas Hejlesen viene dal butoh e ha maturato un personale approccio filosofico-intellettuale al corpo, danzando in stretta collaborazione con il clavicembalista Jens E. Christensen. Soloschon # 1 diventa così un ricamo di equilibri, in un connubio - geometrie del corpo e contrappunti bachiani - molto amato da certa danza Butoh. È fresco di Folkwang (leggi: Pina Bausch, che ne è direttrice) Andres Christiansen, non a caso autore e interprete di un duetto, Dry, the ultimative raindance, di tragicomiche tensioni fra un servo e il suo padrone. L’ultima frontiera del teatro-danza o l’armonia degli opposti? Al pubblico la preferenza finale tra i due.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)