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«Il suono avrebbe bisogno di calde pareti e della loro mancanza
un po’ di più ha sofferto Rudolf
Buchbinderalle prese addirittura con il vento. Dopo Mozart (K.
265 e K. 333) e Debussy (Pour le piano), l’ha
spuntata, però attaccando e conducendo magnificamento l’op.
57 (Appassionata) di Beethoven. Non solo Romaeuropa, ma proprio
Beethoven ha un asso vincente in Buchbinder che ha concluso il suo recital
con uno Schubert fuori programma. Nella solennità di un superasso,
è apparso l’altra sera il pianista Georges
Pludermacher , […] Ha brillantemente suonato due pagine di
Henry Dutilleux (1916) e, stupendamente, a chiusura la straordinaria
Suite di Ravel, Gaspard de la nuit. Il tutto, diremmo,
all’ombra del maestoso monumento di suoni, scolpito poco prima,
nota per nota, con i dodici Studi di Debussy […]. Si
avverte dalla stessa esecuzione l’ansia di Debussy, già
vicino alla soglia estrema, di farsi trovare, per l’eternità,
a fianco di Chopin. E come è con Chopin, così gli Studi
di Debussy trascendono le complicate, particolari situazioni tecniche
per svolgersi come risultato di geniali slanci fantastici. Pludermacher,
svelando una profonda congenialità con l’arte di Debussy
[…], ha dato a ciascun brano il suo tormento e la sua gioia, la
sua luce abbagliante e le ombre più fitte, lacerate spesso con
rabbia e dolore. Un grande pianista, questo Pludermacher, applauditissimo
e pronto, poi, ai bis».
(Erasmo Valente, Nel cortile un monumento di suoni, l’Unità,
23 luglio 1993)
«Certo Luisada ne ha
fatta di strada rispetto al suo concerto romano di qualche anno fa all’Accademia
Filarmonica. Eppure, ancora non convince appieno il suo Beethoven, sebbene
suonato con un’attenzione al “segno”, all’agogica,
a un fluire della frase di rara perfezione. Il suo è un pianismo
brillante, leggero, perlaceo. E le note che vi sgorgano sono spontanee,
brillano di luce tersa, cristallina. Ci si aspetterebbe però
un maggiore, più sentito accostamento a quell’evidente
espressività drammatica che segna, proprio in questa Sonata,
l’inizio del “terzo stile” beethoveniano. Nondimeno
Luisada regala momenti di grande suggestione come nel vibrante ritmare
del secondo movimento, il Vivace alla Marcia dal chiaro andamento
contrappuntistico o, ancora, nella lucida esposizione della grande Fuga
dell’Allegro finale. Funziona meglio lo Chopin delle
mazurke, il “suo” Chopin con una preferenza per quello epico
e drammatico della grande Mazurka op. 41 n. 4 e della grande
fantasia armonica della Polacca – Fantasia op. 61 rispetto
alla struggente mestizia della Mazurka in mi min. op. 41 n. 1
e delle altre Mazurke chopiniane in programma. Ma scorrono via con eleganza
garbata anche le Trois Gnessiennes di Erik Satie, l’accattivante
l’Amour et la Mort (da Goyescas) di Enrique
Granados, così come l’aereo e fascinoso timbro di alcune
Images debussyane. Un vero e proprio trionfo, con bis finale, quello
che al termine del concerto un pubblico delle grandi occasioni ha tributato
al pianista francese. Un concerto che chiude nel migliore dei modi Roma
Europa ’93».
(Michele Francolino, Un piano romantico. Il trionfo di Luisada,
Paese Sera, 25 luglio 1993)
«Pludermacher è riuscito in questo intento suonando un
Debussy austero rispetto alla formulazione stilistica dell’opera
(che restano degli studi, dunque una ricerca musicale e strumentale)
e tuttavia sentito, vivo: l’analisi si è continuamente
convertita in efficaci soluzioni cromatiche, in immagini dissonanti
eppure significative. Ci è sembrato che Pludermacher abbia assegnato
agli Studi una densità temporale pari a quella che troviamo
nei Preludi, scritti poco prima, e che già preannunciavano
nelle scelte tecniche sulla base del tempo il distacco dalla stagione
simbolista. Nel segno della continuità il pianista francese ha
eseguito due pezzi del compositore contemporaneo Henri Dutilleux. Brevi
e vivaci, essi sono stati preludio della suite raveliana Gaspard
de la nuit. […] Pludermacher ne ha analizzato i rapporti
con gli Studi debussyani regalandoci un Ravel in cui sentire
e vedere spesso prendevano l’uno il posto dell’altro, sempre
all’interno di una tensione che si è liberata solo nel
terzo momento della suite».
(Leonardo Di Stasio, Un pianista problematico, Il Tempo, 26
luglio 1993)
«Lavori diversissimi nei quali Luisada aveva modo di far conoscere
ogni sfaccettatura della sua arte pianistica. E ne sono emersi il tocco
straordinario e leggerissimo ottenuto con molta semplicità e
grande economia di movimenti, la bellezza del fraseggio, la chiarezza,
la pulizia dell’esecuzione in cui non si è avvertita la
minima sbavatura. Insomma, una tecnica ineccepibile. Dove Luisada ha
invece lasciato perplessi è stato nelle sue capacità di
approfondire le ragioni dell’autore, di far capire le differenze
di personalità tra un autore e l’altro, le differenze di
stile tra un’epoca e l’altra, soprattutto trattandosi, in
questo caso, di un secolo intero (da Beethoven a Granados); e che secolo
per il pianoforte. Tutto è parso molto fluido ma uniforme e minima
è stata l’attenzione alla dinamica. Eppure Beethoven è
ben lontano da Chopin, e lo Chopin delle tenere, melodiose mazurke ha
poco a che fare con quello della Polacca fantasia op. 61 con
il suo alternare tristezza e ribellione. E dov’era l’esotismo
delle Trois Gnossiennes? E la drammaticità della Ballata
di Granados? Bene invece il Debussy che ci sembra l’autore
più congeniale all’elegante e tecnicamente perfetto pianismo
di Luisada».
(Landa Ketoff, L’arte lieve di Luisada, La Repubblica,
27 luglio 1993)
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