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Cartellone 1993
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MUSICA A PALAZZO FARNESE:
RECITAL DI PIANOFORTE
Palazzo Farnese, 20, 21, 23 luglio 1993

Evento
Rassegna stampa

Musica a palazzo

Rassegna stampa

«Il suono avrebbe bisogno di calde pareti e della loro mancanza un po’ di più ha sofferto Rudolf Buchbinderalle prese addirittura con il vento. Dopo Mozart (K. 265 e K. 333) e Debussy (Pour le piano), l’ha spuntata, però attaccando e conducendo magnificamento l’op. 57 (Appassionata) di Beethoven. Non solo Romaeuropa, ma proprio Beethoven ha un asso vincente in Buchbinder che ha concluso il suo recital con uno Schubert fuori programma. Nella solennità di un superasso, è apparso l’altra sera il pianista Georges Pludermacher , […] Ha brillantemente suonato due pagine di Henry Dutilleux (1916) e, stupendamente, a chiusura la straordinaria Suite di Ravel, Gaspard de la nuit. Il tutto, diremmo, all’ombra del maestoso monumento di suoni, scolpito poco prima, nota per nota, con i dodici Studi di Debussy […]. Si avverte dalla stessa esecuzione l’ansia di Debussy, già vicino alla soglia estrema, di farsi trovare, per l’eternità, a fianco di Chopin. E come è con Chopin, così gli Studi di Debussy trascendono le complicate, particolari situazioni tecniche per svolgersi come risultato di geniali slanci fantastici. Pludermacher, svelando una profonda congenialità con l’arte di Debussy […], ha dato a ciascun brano il suo tormento e la sua gioia, la sua luce abbagliante e le ombre più fitte, lacerate spesso con rabbia e dolore. Un grande pianista, questo Pludermacher, applauditissimo e pronto, poi, ai bis».
(Erasmo Valente, Nel cortile un monumento di suoni, l’Unità, 23 luglio 1993)

«Certo Luisada ne ha fatta di strada rispetto al suo concerto romano di qualche anno fa all’Accademia Filarmonica. Eppure, ancora non convince appieno il suo Beethoven, sebbene suonato con un’attenzione al “segno”, all’agogica, a un fluire della frase di rara perfezione. Il suo è un pianismo brillante, leggero, perlaceo. E le note che vi sgorgano sono spontanee, brillano di luce tersa, cristallina. Ci si aspetterebbe però un maggiore, più sentito accostamento a quell’evidente espressività drammatica che segna, proprio in questa Sonata, l’inizio del “terzo stile” beethoveniano. Nondimeno Luisada regala momenti di grande suggestione come nel vibrante ritmare del secondo movimento, il Vivace alla Marcia dal chiaro andamento contrappuntistico o, ancora, nella lucida esposizione della grande Fuga dell’Allegro finale. Funziona meglio lo Chopin delle mazurke, il “suo” Chopin con una preferenza per quello epico e drammatico della grande Mazurka op. 41 n. 4 e della grande fantasia armonica della Polacca – Fantasia op. 61 rispetto alla struggente mestizia della Mazurka in mi min. op. 41 n. 1 e delle altre Mazurke chopiniane in programma. Ma scorrono via con eleganza garbata anche le Trois Gnessiennes di Erik Satie, l’accattivante l’Amour et la Mort (da Goyescas) di Enrique Granados, così come l’aereo e fascinoso timbro di alcune Images debussyane. Un vero e proprio trionfo, con bis finale, quello che al termine del concerto un pubblico delle grandi occasioni ha tributato al pianista francese. Un concerto che chiude nel migliore dei modi Roma Europa ’93».
(Michele Francolino, Un piano romantico. Il trionfo di Luisada, Paese Sera, 25 luglio 1993)

«Pludermacher è riuscito in questo intento suonando un Debussy austero rispetto alla formulazione stilistica dell’opera (che restano degli studi, dunque una ricerca musicale e strumentale) e tuttavia sentito, vivo: l’analisi si è continuamente convertita in efficaci soluzioni cromatiche, in immagini dissonanti eppure significative. Ci è sembrato che Pludermacher abbia assegnato agli Studi una densità temporale pari a quella che troviamo nei Preludi, scritti poco prima, e che già preannunciavano nelle scelte tecniche sulla base del tempo il distacco dalla stagione simbolista. Nel segno della continuità il pianista francese ha eseguito due pezzi del compositore contemporaneo Henri Dutilleux. Brevi e vivaci, essi sono stati preludio della suite raveliana Gaspard de la nuit. […] Pludermacher ne ha analizzato i rapporti con gli Studi debussyani regalandoci un Ravel in cui sentire e vedere spesso prendevano l’uno il posto dell’altro, sempre all’interno di una tensione che si è liberata solo nel terzo momento della suite».
(Leonardo Di Stasio, Un pianista problematico, Il Tempo, 26 luglio 1993)

«Lavori diversissimi nei quali Luisada aveva modo di far conoscere ogni sfaccettatura della sua arte pianistica. E ne sono emersi il tocco straordinario e leggerissimo ottenuto con molta semplicità e grande economia di movimenti, la bellezza del fraseggio, la chiarezza, la pulizia dell’esecuzione in cui non si è avvertita la minima sbavatura. Insomma, una tecnica ineccepibile. Dove Luisada ha invece lasciato perplessi è stato nelle sue capacità di approfondire le ragioni dell’autore, di far capire le differenze di personalità tra un autore e l’altro, le differenze di stile tra un’epoca e l’altra, soprattutto trattandosi, in questo caso, di un secolo intero (da Beethoven a Granados); e che secolo per il pianoforte. Tutto è parso molto fluido ma uniforme e minima è stata l’attenzione alla dinamica. Eppure Beethoven è ben lontano da Chopin, e lo Chopin delle tenere, melodiose mazurke ha poco a che fare con quello della Polacca fantasia op. 61 con il suo alternare tristezza e ribellione. E dov’era l’esotismo delle Trois Gnossiennes? E la drammaticità della Ballata di Granados? Bene invece il Debussy che ci sembra l’autore più congeniale all’elegante e tecnicamente perfetto pianismo di Luisada».
(Landa Ketoff, L’arte lieve di Luisada, La Repubblica, 27 luglio 1993)