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Evento Rassegna stampa Hervé Robbe e Miss K. Green and blue Ballet de l’Opéra de Lyon |
BALLET DE L’OPERA NATIONAL
DE LYON di Sergio Trombetta È un’immersione nella musica di Mozart quello che ci propone il Lyon Opéra Ballet: un percorso verso un mondo di forme sempre più strutturate e precise via via che si passa dal brano di Robbe a quello di Jones per finire con Kylián. E la musica del divino salisburghese non è soltanto uno sfondo sonoro, ma si fa sempre più sostanza, fino a compenetrarsi col gesto e l’immagine in movimento. Si parte con la creazione di Hervé Robbe, giovane coreografo francese. Ci sono dei costumi divertenti, di Kozue Naito, in Miss K., costruzioni assurde che ricordano un po’, rivisitate, le fantasie di Léonor Fini. La danza, per contrappasso, si svolge a un grado minimo di strutturazione, come se i danzatori fossero lasciati liberi di abbandonare il loro corpo ad ogni suggestione gestuale della mente, ad ogni perturbazione esterna. Green and Blue è il titolo scelto da Bill T. Jones e sta ad indicare il colore di due grandi pannelli di stoffa sorretti, ai lati della scena, da un enorme bilanciere. Qui la struttura coreografica è precisa, molto più facilmente leggibile. Bill è coreografo dalla varia ispirazione, e molti passaggi di Green and Blue ci regalano una danza forte, dall’energia diluita nel mondo della bellezza della musica di Mozart. Piacere, desiderio, poesia, serenità sembrano essere i sentimenti alla base di questo brano, e non solo, ma di tutta la recente produzione di Bill, dopo la rabbia e il dolore che si erano incarnati in brani anche scandalosi che affrontavano i temi della violenza, del razzismo, della malattia e del dolore. Come per esempio in Last Supper at Uncle Tom’s Cabin e Still/Here, un modo di fare danza che aveva suscitato anche polemiche e discussioni. Petite Mort, infine. In francese e in arabo l’espressione sta a significare l’orgasmo. E certamente il brano di Kylián è una variazione intorno al rapporto amoroso. Ma con un rigore quasi brutale, con una fermezza quasi cattiva. C’è del sadismo, condito certamente di ironia, la grande, straordinaria ironia di Jirí Kylián, in queste sei coppie con fioretto. Ogni maschio impugna infatti un fioretto e l’arma sembra prendere vita nelle mani dei danzatori, sembra volersi impadronire di un ruolo attivo, da protagonista. Una danza di amore e passione, ma distillata attraverso il filtro della lentezza, dell’eleganza, del perverso piacere intellettuale che rinvia continuamente nel tempo a quell’orgasmo di cui ci parla il titolo. Un capolavoro assoluto, nato nel 1991 a Salisburgo per il bicentenario mozartiano: e la compagnia di Lione interpreta a livelli altissimi lo stile elegante, secco, ironico del grande boemo. E non si può non parlare a questo punto della felice avventura del Lyon Opéra Ballet. Una vicenda che ci fa scoprire come il corpo di ballo di un teatro d’opera possa diventare un soggetto artistico autonomo e prestigioso, acclamato e richiesto in tutto il mondo e che si è guadagnato una fama di gran lunga maggiore del teatro d’Opéra di cui fa parte. Non si può dimenticare certamente la grande qualità della produzione operistica dell’Opéra National di Lione. Ma è pur vero che l’etichetta National quel teatro se l’è guadagnata grazie, anche e soprattutto, alla sua compagnia di danza. Un esempio dunque per i nostri teatri d’opera dai rapporti complessi e difficili con le proprie strutture ballettistiche. Certo perché un fenomeno del genere di verifichi occorrono alcune condizioni. La terra di Francia così fertile di semi coreografici è sicuramente la prima. Poi ci vogliono al comando del teatro persone motivate, intelligenti. A Lione tutto nasce nel 1969, quando, sull’onda del trionfo di Béjart che percorre le strade d’Europa raccogliendo applausi e sentenziando che «La danza è l’arte del ventesimo secolo», il direttore dell’Opéra, Louis Erlo, decide di dare slancio al balletto e chiama Vittorio Biagi alla direzione. Artisticamente è una falsa partenza cui ne seguono altre; ma il segnale è comunque dato e il decollo avviene nel 1984 con l’arrivo alla direzione di Françoise Adret che commissiona Cendrillon a Maguy Marin: un successo mondiale. Yorgos Loukos, l’attuale direttore, entra in scena nel 1992 e raccoglie, sviluppa, moltiplica quel successo chiamando i grandi della coreografia europea, facendo del Lyon Opéra Ballet uno dei migliori prodotti d’esportazione del Made in France. Loukos ha eliminato le tradizionali gerarchie («Non serve in una compagnia come questa avere delle étoile, dei primi ballerini», sostiene il direttore artistico), ne ha fatto un gruppo perfetto per accogliere le creazioni di danza contemporanea. E sull’onda del successo di Cendrillon, altri capolavori sono arrivati. La Coppelia ancora di Maguy Marin, il Romeo e Giulietta di Angelin Preljocaj. Sono arrivate le coreografie di William Forsythe, di Jirí Kylián, di Bill T. Jones, per esempio, ma anche di tutti i grandi della coreografia francese d’autore. Oltre a Maguy Marin, per esempio, Gallotta o Dominique Bagouet, di cui la compagnia ha in repertorio Déserts d’amour, un capolavoro, mozartiano anche questo nella scelta musicale, che i danzatori lionesi interpretano da loro pari, declinando alla perfezione lo stile rigoroso, moderno e insieme barocco, di Bagouet. Chi manca all’appello dei grandi della coreografia contemporanea? Mats Ek. Ma non è un problema. Perché il grande creatore svedese arriva la prossima stagione con un regalo prezioso: ricostruirà per i francesi la sua comica e tragica Carmen e Solo for Two, un passo a due molto speciale, che alla nascita Ek aveva creato per Sylvie Guillem e il proprio fratello Niklas Ek. Due doni rari che vogliono dire ammirazione e fiducia. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1997) |
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