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Cartellone 1997
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KADDISH
Opera rock multimediale
Teatro Olimpico, 7, 8 ottobre 1997

Evento
Rassegna stampa

Videtti su Kaddish
KADDISH
di Giuseppe Videtti

Un assalto ai sensi. Uno spettacolo multimediale che instilla odio per la violenza. Piano piano. Come un bisturi che incide. E non si sente dolore finché la ferita non diventa enorme e profonda. Quando il danno è irreparabile.

All’inizio, Kaddish, dei Towering Inferno, di Richard Wolfson e Andy Saunders, era un disco. Oltre 70 minuti di musica in un cd con una copertina illustrata da Derek Jarman, che sfortunatamente pochi ascoltarono, quattro anni fa. L’intenzione era quella di creare un’altra opera rock. Più traumatica di Jesus Christ Superstar, più corrosiva di Tommy e Quadrophenia. Non un affresco generazionale, ma frammenti di storia – indelebili – trascinati nel Duemila, e oltre. Brian Eno, da sempre sospeso tra rock e avanguardia, ascoltò e commentò: «Non ho dubbi, questo è il futuro».
Gli spettatori alla prima dell’opera, a Berlino, rimasero schiacciati dalla ferocia con cui suoni ed immagini si abbattono impietosamente sulla platea, ripetitivi, martellanti, ossessivi, galoppanti. Quando i tamburi, improvvisamente, smettono di percuotere e il buio torna a dominare la scena, passano solo pochi istanti che sembrano un’eternità. E nessuno ha l’ardire di fiatare o di accennare un applauso. Per prepararsi forse a una nuova scarica di suoni, alla successiva raffica di immagini. Che riprende, e violentemente squarcia il silenzio, aggredisce gli spettatori, fa scempio del violino nostalgico, della preghiera sussurrata a mezza voce, della canzone in yiddish che la ragazza canta tra le mura di casa, dei vagiti di un bimbo rimasto vivo tra le macerie.

Il gigantesco palcoscenico allestito per Kaddish a Calton Hill nel corso del 50esimo Festival di Edimburgo ha permesso all’ensemble di rendere ancora più efficace la combinazione di suoni e di immagini. I musicisti entrano in scena mentre un’enorme svastica, fiancheggiata da due stelle di David, brucia. Il fumo nerastro, sospinto dal vento verso la platea, dà un aspetto sinistro all’enorme colonnato neoclassico, il tempio in cui il Potere complotta le sue nefandezze.
Allo Sheperd’s Bush Empire di Londra tre enormi schermi e sette proiettori creano un impatto straordinario sul pubblico raccolto nello spazio più intimo di un teatro d’epoca. Qui il suono è perfetto, aggressivo, soverchiante, proprio come gli autori lo avevano immaginato.
Wolfson e Saunders che si alternano tra tastiere e una quantità di strumenti, le voci di Endre Szkárosi e Márta Sebestyén (Les Mysteres des Voix Bulgares), maestose e dolcissime: l’enfasi del discorso di un dittatore, la solennità degli ordini impartiti ai militari, una carezzevole ninna nanna, la illogica elucubrazione di un folle, la perentoria intonazione vocale di un essere che si crede superiore e immortale. E poi i gemiti dei vinti, le grida dei ribelli, le dissonanze della distruzione, i singhiozzi di chi piange le vittime, un breve canto di speranza, e grida di orrore e disperazione. Tutto questo si ode in Kaddish. E anche di più. Con la poderosa sezione ritmica che vede quattro musicisti all’opera. E gli strumenti dilaniati (anche il sassofonista Elton Dean, ex Soft Machine, partecipò alle registrazioni del disco) aumentano il clima di alienazione. Che diventa devastante, quando le luci accecanti brillano ad intermittenza e qualcuno comincia a gridare ordini perentori, come se un plotone del Terzo Reich avesse fatto improvvisamente irruzione in un light show dei Velvet Underground, in una cantina di Soho o di Brooklyn. Perché i Towering Inferno non fanno solo uno spettacolo di son-et-lumière, ma sfruttano un’infinità di stili musicali per creare un efficace cabaret espressionista di fine millennio. Dove i suoni industrial convivono con le malinconiche atmosfere alla Górecki, le chitarre dilaniate del metal con le percussioni africane, il sassofono free di John Coltrane con un’orchestrina klezmer.

Lo scorso giugno (1997, n.d.r.) Kaddish ha incontrato la platea di un festival rock a Roskilde, nei pressi di Copenhagen. Le avverse condizioni meteorologiche non hanno guastato lo spettacolo. Tuoni fulmini e pioggia torrenziale non hanno impedito ai ragazzi che avevano appena applaudito Radiohead e Smashing Pumpkins di assieparsi sotto l’unico spazio in cui si svolgeva uno spettacolo insolito, con la cantante iraniana Sussan Deyhim, accanto al bravissimo Szkárosi, e gli stessi musicisti che saranno presenti sul palco del Teatro Olimpico per il Romaeuropa Festival.
Rock, ma non solo. Frammenti di cinema. Fotografia. Teatro. Un incessante stimolo a riflettere. Non basta un olocausto a distruggere un popolo. Se un brandello della sua cultura rimane vivo.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)