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Cartellone 1997
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GEWEGE: EWI A MALACHIM; HORST; DWOJE; DANKHANG
Teatro dell’Angelo, 4, 5 novembre 1997

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«Diviso in due parti, Gewege riunisce nella prima tre brevi pezzi che, pur avendo caratteristiche differenti, sembrano voler naturalmente rifluire uno nell’altro. Ewi a Malachim è un assolo, su musiche di Stephan Micus, nel quale la Horn taglia lentamente lo spazio in diagonale per poi rompere il gesto in brevi esplosioni.
Continuo, geometrico ed ipnotico è il movimento delle braccia, mentre la scansione temporale tende all’attesa. Dwoje, eseguita da Ardan Hussain e Soo-Jin Yim Heil, gli altri due bravissimi ballerini che completano la compagnia, è un plumbeo tentativo di assurgere a posizione eretta, di poter riuscire a distaccarsi dal suolo, la danza ha il suo baricentro nelle ginocchia dei performer, per quasi tutto il tempo proni. L’energia schizza improvvisa in scatti e movimenti circolari compressi dal tremore delle spalle. La musica di Béla Bartókè la tenue colonna sonora di Horst, l’altro assolo della Horn, che ripropone l’impossibilità di staccarsi dalla terra in maniera più dura del precedente Dwoje, la danzatrice aderisce al pavimento con una forza tale che le gambe sembrano voler conficcarvisi. [...]
L’ultimo pezzo Dankhang, interpretato da tutti e tre i ballerini, si discosta dai precedenti, improntati ad una danza pura e nervosa e tenta alcuni labili accenni narrativi che convincono meno della fluidità del ritmo dei corpi. Avvalendosi di musiche di Meredith Monk e tradizionali di Tuwa, la Horn libera i movimenti, intreccia i gesti ripresi da ogni interprete, spezza l’autorità ed il minimalismo a favore di un rigoroso ma vitale sincronismo che il pubblico ha molto apprezzato, tributando lunghi applausi».
(Nicola Viesti, Henrietta Horn ottima protagonista di “Gewege” al Romaeuropa, Barisera, 7 novembre 1997)

«Perfettamente in linea con quella corrente culturale che si ribella alle armonie prevedibili del balletto tradizionale ed usa la tecnica e il corpo a fini espressivi, la Horn, ballerina tecnicamente valida ma forse coreografa ancora acerba, ha utilizzato una gestualità libera estremamente semplice, alla quale però è mancato quel pizzico di ironia e quel senso del grottesco che probabilmente avrebbero potuto offrire maggiore tragicità alle manie, ai tic e alla quotidianità cui attingono gli spunti della narrazione. Horst, appunto, assolo della Horn eseguito nel più consueto stile minimalista, è parso totalmente privo di ingredienti caricaturali, divenendo così solo l’ennesima proposizione di un linguaggio già largamente espresso. In Dankhang, invece, l’elaborazione coreografica mancava quasi del tutto di una ricerca teatrale ed interpretativa davvero significativa».
(Antonella Mucciaccio, Il nuovo espressionismo della danza, Roma, 21 novembre 1997)