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Cartellone 1997
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IL MITO DI FAUST
dal 9 ottobre al 3 dicembre 1997

Evento

Programma
il trillo del diavolo
Faust, la soglia
Faust servitore di due padroni
Voci viennesi per Goethe
Cantare Goethe
Un negromante a Parigi
Un organo contemporaneo
Pestalozza su Pousseur
Busoni e Schönberg
D’après Faust

FAUST, LA SOGLIA
di Michele Dall’Ongaro

«... Sono una persona che in ogni cosa agisce solo d'impulso e quando una quantità sufficiente di elettricità si è accumulata in me, succede qualche cosa...».
(Hugo Wolf a Joseph Schalk, Vienna, 8 settembre 1889)

Il brano propriamente faustiano del programma di oggi è il quartetto in re minore per archi di Hugo Wolf, che reca sul frontespizio autografo il motto «Entbehren sollst du, sollst entbehren» (Rinunciar devi, devi rinunciar) estrapolato dal Faust di Goethe, unica opera strumentale da camera di vaste dimensioni del compositore austriaco, all'epoca appena diciannovenne.
Decisamente poco nota e di rarissima esecuzione, la partitura merita certamente un'attenzione maggiore di quanto sino ad oggi gli sia stata dedicata da interpreti, pubblico e studiosi. Il quartetto fu composto nell'arco di diversi anni e i movimenti che lo costituiscono furono scritti secondo un ordine differente da quello definitivo. Il primo fu lo Scherzo, nel 1879, poi seguirono l'Allegro, quindi l'Adagio (1880) e il Finale (1884). I tempi sono quattro: il primo è un'introduzione Grave che sfocia in un allegro, Leidenschaftlich bewegt (Appassionato agitato); seguono lo Scherzo, Resolut ed un ampio adagio (Langsam), quindi il finale: Sehr lebehaft (Molto allegro)
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Il quartetto nella versione definitiva fu pubblicato ed eseguito il 3 febbraio del 1903, molti anni dopo il periodo della composizione. Se la critica ha rilevato gli inevitabili influssi beethoveniani (ed in modo particolare degli ultimi quartetti) e wagneriani (Lohengrin), va anche sottolineata l'audacia febbrile di una scrittura strumentale di inaspettata efficacia, che trama una texture nervosa e cangiante.
Un'opera a suo modo profetica che racconta quasi la trama di un romanzo di formazione e che ci suggerisce l'immagine di ciò che l'autore – forse - sarebbe diventato se non avesse scelto una strada diversa. Non osiamo supporre che la rinuncia a cui allude il motto faustiano sia questa e quindi il legame con Goethe è destinato a rimanere una sorta di programma segreto.

Aperto nel nome di Haydn - Grande Padre di quasi tutto, quartetto d'archi compreso -, il programma della serata propone, in prima italiana, anche una pagina del compositore inglese Matthew Taylor dedicata al quartetto Schidlof. I tre movimenti di cui è composto lo String quartet n. 3 (Allegro vigoroso, Poco Allegretto e misterioso, Vivace) si aprono con una sorta di sigillo armonico, un marchio politonale dal quale travasa il materiale di base. Le figure che scaturiscono da questa sorta di denso monolite si condensano in zone fortemente caratterizzate (e differenziate a seconda del carattere del singolo movimento) che rivelano l'intenzione di arrivare senza mediazioni all'ascoltatore: una sorta di segnaletica sonora che aiuta ad avventurarsi nei percorsi, impervi ma nitidi, della trama musicale.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)

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