Tutte le edizioni
Cartellone 1997
stampa questa pagina




IL MITO DI FAUST
dal 9 ottobre al 3 dicembre 1997

Evento

Programma
il trillo del diavolo
Faust, la soglia
Faust servitore di due padroni
Voci viennesi per Goethe
Cantare Goethe
Un negromante a Parigi
Un organo contemporaneo
Pestalozza su Pousseur
Busoni e Schönberg
D’après Faust

FAUST SERVITORE DI DUE PADRONI
di Mario Bortolotto

Il rapporto di dipendenza con il “Faust” della cultura francese rimonta agli anni stessi della sua pubblicazione parziale: Berlioz inviava all'Olimpico le Huit scènes de Faust, accompagnate da una lettera di estrema devozione; e, come già Schubert, senza ottenerne risposta. La strana vicenda continuò, fino a Mon Faust di Valéry e Votre Faust di Pousseur-Butor. Si tratta di colossali fraintendimenti, leggeri – Hervé -, semileggeri – Gounod -, o seriosi - Valéry naturalmente.

Il Faust gounodiano resta una tappa miliare, nella storia del teatro musicale di Francia: fondava, nientemeno, l'opéra lyrique: senza quel capostipite non avremmo né Massenet né Bizet. È un lavoro talmente paradigmatico da essere francamente esportabile, una merce che ogni mercato gradisce: Edith Wharton, in un suo bel romanzo, ci narra di un social climber newyorkese che corre al Metropolitan, per farsi notare dalla haute cui aspira con tutta l'anima, a vedere, appunto, la più celebre eroina della letteratura tedesca, tradotta in francese e cantata, in italiano, da un soprano svedese per un pubblico rigorosamente anglofono. Davanti a questi prodigi del kitsch, lo sdegno di Adorno ci sembra davvero fuori luogo: che c'entra Goethe? Del resto, in Germania l'opera fece furore; e, giustamente, ne fu mutato il titolo in Gretchen, che è la vera protagonista.
Secondo Gounod, e i suoi vicini, la storia di Faust è quella di un signore attempato, che ha una voglia pazza d'amore: baiser, baiser, encore et toujours! E così vende l'anima al diavolo, che è anche più di lui un relitto del Settecento glorioso: un diavolo che ha studiato su Diderot e Marivaux. Alla povera figliuola che gli dà retta, cosa può toccare se non danno e beffe? Così impara, avrebbero insegnato le signore alle figlie non incautamente portate all'Opéra. Nemmeno un'ombra del poema si ritrova nell'opera: per questo, ci pare anche più significativo il Petit Faust di Hervé, che a quel capolavoro domenicale rivolge, da birbo matricolato, affettuosi sberleffi. Stravinskij apprezzava, da par suo, il gentile collega. Purtroppo, si tratta di cose che hanno significato solo nel testo originale, come del resto avviene sempre per l'operetta, e affini: Offenbach, Sullivan, Strauss, Kálmán, Lehár (Ecco una ragione di più per imparare il francese!).

Piccolo o grande, Faust era diventato un pilastro dell'opera, non solo dell'Opéra: per insipide che siano le sue meditazioni, vi è un momento almeno, quando scende all'attacco («Laisse ta main s'oublier dans la mienne»), in cui il musicista tocca il suo zenit, l’identità di erotico e sentimentale che fa stravincere il coq gaulois. Non è poco davvero.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)

.