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Evento Programma il trillo del diavolo Faust, la soglia Faust servitore di due padroni Voci viennesi per Goethe Cantare Goethe Un negromante a Parigi Un organo contemporaneo Pestalozza su Pousseur Busoni e Schönberg D’après Faust |
CANTARE GOETHE di Giorgia Caruso Piace ai compositori Johann Wolfgang von Goethe per quel dono di dare alle creature il loro naturale respiro. E piace la ancestrale pena, quella Sehnsucht traslata da Ludwig van Beethoven, come da Carl Loewe e da Hugo Wolf nel Lied, espressione di cui Goethe - der Ausnahmendeutsche per Nietszche ed intellettuale borghese ma imperfetto perché rivoluzionario con il Wilhelm Meister - è, suo malgrado, icona. Fedele al pregiudizio razionalistico di un dominio del logos sul suono («se il linguaggio – scrive - non fosse incontestabilmente la cosa più alta che noi abbiamo, metterei la musica ancora al di sopra del linguaggio, insomma, in cima a tutto»), Goethe si preoccupa di concedere ai compositori limiti circoscritti per non alterare le suggestioni del testo. Smentendosi solo nella sacrale ma lucida devozione per l’eccezione mozartiana del Don Giovanni, l’intonazione assume i connotati di una elocuzione musicalmente amplificata del testo che conduce il poeta a negare tutta la produzione di Franz Schubert e a decidere di rifiutare a Beethoven - pur stimandone l’Egmont come manifestazione di un climax opportuno dentro il testo - un adattamento per musica del suo Faust, «la faccenda di tutta una vita», determinato, appunto, a sottrarlo all’«impossibile connubio» - invece fortemente praticato - testo-musica/razionalità-irrazionalità. Attraverso i quasi 100 Lieder, linguaggio che dismetterà nel 1820, Beethoven riesce tuttavia a traslare il concetto di cultura oltre i limiti della pura curiosità intellettuale universalizzandola e rivelando logica e morale kantiane nella discordia discors tra sentimento e ragione, tradotti costruttivamente nella forma-sonata. Se Beethoven trasfigura l’idea individuale in universale, l’austriaco Wolf derivando innanzitutto l’incipit dalla personalità del poeta, predilige, in realtà, l’umorismo dei testi di Möricke, mentre nega, per primo, qualsiasi perbenistica Hausmusik, discostandosi esteticamente da quella ballata di consumo sociale fatta di una scrittura pianistica attenta, dalle forti mutuazioni di armonia, battuta, ritmo, tonalità, intrise di emotività e sentimentalismo talvolta Biedermeier del sassone Loewe. Assurto con il nuovo secolo a ideale modulo di sperimentazione - si pensi a Anton von Webern - dentro la crisi della tonalità, il fondamento musicale del principio liederistico si sgretolerà inevitabilmente in forzata coincidenza con l’annullamento delle condizioni sociali di una musica borghese proprio a causa di quella contraddittoria iperemotiva «fallace attenzione per il particolare» presagita, suo malgrado, da Goethe. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1997) . |
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