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Cartellone 1993
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IL DOCTOR FAUSTUS O
IL MANTELLO DEL DIAVOLO
Teatro Vascello, dal 13 al 16 luglio 1993

Evento
Multimedia
Rassegna stampa

Video e palcoscenico

Il mantello del diavolo
Snodi importanti di storie incrociate
VIDEO E PALCOSCENICO
di Giorgio Barberio Corsetti

Gli spettacoli realizzati con Studio Azzurro (Prologo, Segno bianco, Camera astratta) assumevano il video come punto di partenza e di arrivo, lo utilizzavano come elemento portante del linguaggio e ne analizzavano le possibilità, i limiti, ne facevano derivare le fantasie e le visioni che si riversavano sulla scena. Attraverso un set di telecamere nascoste dietro il fondale le immagini passavano sul palco in diretta, ed i monitor venivano utilizzati come finestre su uno spazio “altro”, i limiti dell’inquadratura venivano rotti attraverso il movimento dei televisori o dal passaggio delle immagini da un televisore all’altro senza soluzione di continuità. Si può dire che lo spazio, di volta in volta metaforico e visionario, immateriale e mentale del video, diveniva in quei lavori la drammaturgia stessa dello spettacolo.

Successivamente il mio interesse si è spostato sempre di più verso l’individuazione di un nucleo di senso per gli spettacoli “fuori” dal Teatro, vale a dire dentro il “mondo”, un referente esterno al linguaggio teatrale che parlasse del “mondo”, e dentro il “mondo” si potesse leggere la nostra contemporaneità. Quindi la “contemporaneità” non più come linguaggio che si riflette e si evolve, ma come “essere nel mondo”. Di qui la trilogia su Kafka, in cui del resto non utilizzavo video, ma solo qualche immagine filmata. Il corpo delle opere di Kafka diventava il corpo degli spettacoli, l’universo, il mondo a cui essi si riferivano.
In seguito i video sono tornati sulla scena dei miei spettacoli (Il legno dei violini, America) e questa volta come linguaggio acquisito, elementi di un linguaggio teatrale nuovo da articolare di volta in volta a seconda delle necessità del palcoscenico, del racconto e della drammaturgia. Da questi primi tentativi il video si fa parola di un linguaggio articolato complesso, che nel Mantello del Diavolo trova un primo risultato compiuto.

Nell’andamento di uno spettacolo, nel suo dipanarsi luminoso ed opaco, il video appartiene senz’altro al mondo della luce, e la proiezione (film o videoproiezione) a quello delle ombre.
È una fonte di luce e di ombre che ha un forte valore concettuale, valore che si sprigiona se crea una interazione concreta con la scena. Non può avere un valore decorativo o di sfondo, a quel punto si perde nel vuoto di senso e restituisce solo il frastuono dell’universo dei media. Interazione significa che il video diventa una parola del linguaggio poetico della scena. Entra nel flusso di produzione poetica, che è fatta di tutti gli altri elementi tenuti insieme dalla tensione degli attori, e si stacca, si isola come parola per risuonare con tutto il resto. Non descrive, non introduce fondali o paesaggi, non crea illusione, ma dà un elemento semplice e significativo. Se si pensa ad uno spettacolo come ad un testo poetico articolato, il video può corrispondere a dei sostantivi, o verbi sostantivati. Elementi naturali, oggetti, azioni semplici, apparendo in immagine, diventando “corpi luminosi” nel video, alludono al “genere” e all’“essenza”. Per esempio il fuoco, l’acqua, il camminare, il correre, ecc. Con il video si ha la possibilità di isolare e dare corpo ad un elemento. Così si agisce in due direzioni: sul palcoscenico si rende evidente un termine che diventa immagine ed esprime un concetto al di là delle parole parlate, nel video, nell’immagine si ritrova il potere simbolico, le si circonda di mistero ed evocazione aboliti dalle enunciazioni letterali dei media. Si rompono così le cerniere di un linguaggio video legato alla televisione, chiuso, sincopato e soffocante.

Ancora una volta, come sempre deve essere nel teatro, anche attraverso il video si evoca quel che non si può vedere, si mostra solo una piccola parte di ciò che si vuol lasciare intendere.
Con il monitor così luminoso si può richiamare senza esaurirlo un “aldilà”, un “oltre”, un “fuori”; si può alludere al reale, alla materia, al concreto, senza perdere la capacità di astrazione e di essenzialità che è propria del teatro.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1993)