|
|||
Evento Multimedia Rassegna stampa Video e palcoscenico Il mantello del diavolo Snodi importanti di storie incrociate |
Rassegna stampa «Il patto tra i due registi non s’orchestra solo narrando una vicenda per lacerti, in prosa e in versi, tra il quotidiano e la leggenda, in un continuo sconfinamento tra diverse opere scritture. Il gioco degli echi tematici e formali include il controcanto del pianoforte – con le musiche di Gualtiero Dazzi - alla parola, e quello dell’azione riprodotta attraverso molteplici tecniche alle immagini in diretta; ed ecco le ombre cinesi, l’uso di un telo come schermo da cinema, ecco un paesaggio di monitor dove altri attori spiano quelli che stanno recitando e gli stessi personaggi possono trovare rifugio. Se due sono i protagonisti, Faust e Mefistofele, un altro uomo e un altro diavolo spesso li guardano da un’altra dimensione, intersecando con loro i propri dialoghi in una diversa lingua o comunque con accento straniero. Il procedimento non è solo formale: infatti la creazione di una realtà virtuale da contrapporre a quella effettiva (e rispondente comunque a una finzione) può determinare un ulteriore sbocco dell’allarme di Mann per il superomismo e lo strapotere dell’irrazionale. Non a caso è la magia dell’artificio a incantare più delle parole con cui si fronteggiano Gabriele Benedetti e Roberto Rustioni; e nel dibattito s’incastonano preziosamente le visioni: i corpi frammentati delle riprese video di Fabio Iaquone o le apparizioni di Flore Lefebvre des Noëttes dietro il velo dello schermo, nell’acquario di sangue, con le forbici della strega, oppure nel vano di un monitor mancante nei panni di Margherita sedotta, a gambe in su, bionda immagine tizianesca, mentre ascoltiamo Il vampiro di Baudelaire». (Franco Quadri, La doppia vita di Faust, la Repubblica, 15 luglio 1993) «Senso dell’arte e destino dell’artista tornano comunque al centro del Mantello del diavolo, con quell’interrogarsi tutto politico su «cos’è oggi l’arte», sulla necessità cioè di confrontarsi con il presente che dagli orrori della guerra scatenata dal nazismo, in mezzo a cui scriveva Thomas Mann, rimanda a un presente altrettanto pieno di violenze e intolleranze. Ma i tempi del demonismo e della malattia creatrice come controparte romantica della genialità sembrano oggi lontani. La querelle fra razionalità e irrazionalità, o peggio fra tradizione e rivolgimento, superata dalla consapevole necessità di un’arte che sia conoscenza. Sarà per questo che non si riesce a prendere troppo sul serio questo diavolo telematico, il cui corpo appare smembrato su diversi monitor e che gli attori si impegnano a ricomporre». (Gianni Manzella, Faust nell’inferno tecnologico, Il Manifesto, 15 luglio 1993) «Ed è un «colpo di teatro» quello che accende lo spettacolo nel momento in cui Leverkühn, paralizzato davanti al suo pianoforte, febbricitante per la sifilide e attirato nel gorgo seduttivo di Mefisto, accetta la sfida verso il cammino dell’onnipotenza. Il fondale si solleva ed ecco il disvelamento della creazione, la conoscenza del mistero, l’iniziazione a cui noi tutti veniamo sottoposti, allargando il contagio della maledizione all’intero pubblico. Ecco un’impalcatura con due giovani che lasciano cadere la neve-coriandolo, ecco la panca dove scorrono gli attori che abbiamo visto sezionati nei video, il mare sanguinante della Sirenetta che ha perduto la voce, le telecamere e la candela delle ombre cinesi». (Stefania Chinzari, Mephisto e Faust tentazioni a suon di video, l’Unità, 16 luglio 1993) «Se Mann pensava a Schönberg, alla dodecafonia, sviluppando poi il romanzo in chiave di denuncia del nazismo, i due registi si limitano a cogliere il simbolo del mantello, operando sulla dialettica dello scambio dialogico per poi suggerire una ironica approssimazione del patto e dell’arrivo di Faust in una sorta di laboratorio chimico – genetico – artistico del futuro, in cui il trucco è smontato e indicato a vista». (Ubaldo Soddu, Tra vecchi malefici e miracoli moderni, Il Messaggero, 18 luglio 1993) «Raccontando una storia esemplare, nota a tutti, quella dell’ambiguo e complice rapporto tra Faust e Mephisto, i due registi vogliono opporre "alla razionalità che dispera, l’irrazionale che dà a sperare, alla maniera dei media, nella negazione del reale". [...] Mediante un set di telecamere nascoste dietro il fondale, le immagini degli attori sono riprodotte sui video in diretta. I personaggi passano da un televisore all’altro messi affiancati, senza soluzione di continuità e in tempo reale. Il gioco è affascinante e ironico. Può anche essere interpretato come un modo di piegare la televisione, nemica giurata del teatro, alle leggi del palcoscenico, usandola come strumento per scrivere una drammaturgia fantastica». (Emilia Costantini, Faust e Mephisto sono duellanti in tv, Corriere della Sera, 18 luglio 1993) «I due registi hanno avuto modo di esplorare i rispettivi mondi artistici in una omogenea e compatta interazione, fino a raggiungere una unità stilistica veramente inaspettata. Il lavoro sugli attori – soprattutto – ci è parso di grande impatto; si è sviluppato nel più grande rigore vocale e di movimento, eppure ha fatto rifulgere l’idea di un’innocenza vicina ad un’animalità dal candore antico. Questo nonostante l’uso di materiali molto moderni. [...] Gabriele Benedetti (Leverkuhn – Faust) e Roberto Rustioni (Mefistofele)., asciutti ed estremamente incisivi, hanno ben disegnato il parallelismo che fondava il loro rapporto di reciprocità, evidenziando con misura la fredda disperazione determinata dal continuo tentativo d’incontro e dalla conseguente certezza della impossibilità di consumarlo. Una lotta titanica, quindi, mentalmente proiettata al di fuori di sé in una scena che, alla fine svela le sue interiora, contravvenendo al tacito patto col pubblico tra realtà e finzione». (Giorgio Serafini, Faust o la scoperta di se stesso, Il Tempo, 22 luglio 1993) |
||