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| Coreografia e regia
Lloyd Newson Scene Lloyd Newson e Liam Steel Suono e musiche Paul Charlier Adattamento vocale Melanie Pappenheim Suoni Gareth Fry Luci Jack Thompson Costumi Katy McPhee Performers Jose Maria Alves, Robin Dingemans, Irene Hardy, Tom Hodgson, Eddie Kay, Eric Languet, Matthew Morris, Eddie Nixon, Kareena Oates, Talia Paz, Rowan Thorpe, David Toole, Vivien Wood, Arnon Zlotnik Co-produzione DV8, Théâtre de la Ville and the Festival d’Automne; Romaeuropa Festival 2003; Julidans Festival / Stadsschouwburg Amsterdam; PACT Zollverein / Choreographisches Zentrum NRW; Hebbel-Theater Berlin. Originariamente commissionato dal Sydney 2000 Olympic Arts Festival, e co-prodotto da DV8 e Royal Festival Hall, in associazione con Dance Umbrella. Un progetto associato Artsadmin, realizzato a Roma in collaborazione con il British Council. Prima nazionale The cost of living s’interroga sul “costo della vita” e sul “costo del vivere”, sugli ideali e sull’ipocrisia, sul comune senso del pregiudizio che circonda e corrode la vita personale di ogni uomo. Il lavoro di Lloyd Newson e del DV8 Physical Theatre non critica soltanto la società, ma si propone di cambiarla, in un certo senso. In The cost of living il corpo diventa uno strumento per raccontare storie, quotidiane ma non comuni, di persone costrette ad affrontare il proprio allontanamento dal mondo: lo sguardo affonda dentro figure autentiche e fragili, scacciate ai margini per le loro differenze. Una diversità che Newson trasmette come ricchezza, nei movimenti di performers differenti, fra loro, per età, dimensioni ed abilità fisica: ci sono due donne, alle quali viene chiesto di lasciare il Royal Ballet di Londra, una perché sta diventando troppo alta e l’altra perché ha problemi di peso; c’è un uomo di 150 chili e una settantaquattrenne che si muovono meravigliosamente; perfino un uomo che non ha più le gambe. Come sempre nei suoi lavori, Newson lascia che emergano le verità più crudemente quotidiane, ovvero le normali e giornaliere costrizioni: ciò che siamo e quello che ci impongono di essere, pena l’esilio dal mondo. Lo spettacolo si trasforma così in un elogio dell’imperfezione, reale ed unico squarcio fra le omologazioni del mondo quotidiano, quelle che l’occhio dell’abitudine rende ormai impercettibili. C’è una verità fisica nel movimento, necessaria e provocatoria perché capace di destare, e Newson la cerca nell’umanità di chi non è più in grado di nascondere le proprie debolezze e di coloro che si ribellano al conformismo, e, come già era avvenuto in Enter Achilles, straordinario racconto sulla sessualità, non c’è posto qui per la facile comprensione o per il sentimento qualunquista. |
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