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Cartellone 1997
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FESTIVAL DI MUSICA CONTEMPORANEA
Accademia di Francia,
dal 28 giugno all'1 luglio 1997

Evento
Rassegna stampa

Quattro ritratti

QUATTRO RITRATTI A PUNTA DI PENNA
di Dino Villatico

Troppo esiguo lo spazio concesso, troppo breve il tempo della lettura, troppo affrettata e incompleta l’analisi, imperfetto, quando c’è stato, l’ascolto. Che dire dunque di tre giovani compositori i quali in comune hanno soltanto la momentanea residenza a Villa Medici? Uno, Jean-Louis Agobet, premio Italia nel 1995, è provenzale di Aix, l’altro, Thierry Machuel, è parigino, e la terza, Xu Yi, cinese di Nanchino. C’è un quarto compositore, Yan Maresz , nato nel 1966 a Monaco da padre polacco di origine ungherese naturalizzato francese e da madre corsa, che sembra, anche nelle vicende vissute, un modello del pensiero musicale che affolla le menti dei compositori nati negli anni ‘60. Esperienze assai varie, perfino lontane geograficamente, l’Europa, gli Stati Uniti, l’Ircam, il jazz. L’ascolto della sua musica, e perfino già la lettura dei titoli, Mosaïques, Metallics, Parmi les étoiles fixes..., mostra il combinarsi d’influssi e piaceri diversi, mostra anzi il piacere stesso della combinazione. La fantasia sembra sempre sul punto di scatenarsi per spingersi in regioni nuove, ma poi la linea, la figurazione è ricondotta al punto di partenza. Certo una cifra sembra riconoscibile: quella di una volontà di sorprendere l’ascoltatore senza però rinunciare alla trasparenza della scrittura. Sembra prevalere il gusto del gioco, della sovrapposizione, del calcolo che conduce a effetti imprevedibili.

Quattro compositori dunque diversi tra loro. Tuttavia un filo li lega, tutti e quattro. E non è soltanto la giovane età. Scampati, anche se solo in parte, alle catastrofi del secolo, al dogmatismo degli epigoni, i quattro compositori sembrano guardare con più libertà dei loro padri e certamente dei loro nonni alla disfatta dell’intelligenza che si ostina a ripetersi nella sempre più ristretta esistenza dell’Europa, e del mondo.
Xu Yi afferma di aggrapparsi al Tao. È dunque come uno scendere dentro le radici più profonde della cultura del proprio popolo. Ecco tre pensieri del Tao Te Ching: «Il pesante è la radice del leggero: la quiete domina l’agitazione» (XXVI). «Senza uscire dalla porta, conoscere il mondo!» (XLVII). «Per nascere si esce, e per morire si entra» (L). Ma Xu Yi non fa chinoiserie. Assimilate le tecniche della composizione moderna occidentale, sondate le possibilità dell’elettronica, si costruisce un proprio metodo, una propria misura: è lo sguardo a determinare la visione dell’oggetto, non l’oggetto a determinare lo sguardo. Attenta, soprattutto, alla chiarezza estrema d’un contrappunto ritmico e timbrico di quasi allucinata evidenza: sospesa, nitidissima mente, tra una dolcezza che vorrebbe farsi impercettibile e una violenza che penetra l’udito come una lama. Ma sempre forte nella dolcezza e delicata nella violenza. Che sia questo il suono del Tao, della Via? È, certo, il suono di una musica che s’impone subito all’ascoltatore con l’evidenza del pensiero: nulla è lasciato al caso o all’improvvisazione: l’ordine capillare della pagina sembra voler rispecchiare il disordine del mondo.

Su tutte altre regioni della mente ci conduce la musica di Jean-Louis Agobet. Il suono sembra evocato come analogia della parola, proprio perché da essa costantemente allontanato. La costruzione è puramente strumentale, e fittamente contrappuntistica. Questo ritorno, anzi, al contrappunto, quasi un manifesto antiromantico, sembra la cifra riconoscibile non solo di Agobet. ma di molti giovani compositori. Agobet, comunque, è francese. E non si nasce per caso (per volontà, dunque?) nella terra di Pierre Boulez. Ma il contrappunto di Agobet, più che disegnarle, le figure sonore, sembra accarezzarle, assorbirne fino alla più sensitiva dolcezza, il calore seducente dei timbri. Come in un film di Truffaut si può leggere la leggerezza di almeno tre secoli di letteratura libertina, così nella musica di Agobet si ascolta l’edificio dei suoni protendersi come una bocca all’orecchio: la bocca può baciare, ma può anche mordere.

Interamente dedicata alla voce è la musica di Thierry Machuel. Puramente strumentale Agobet. Puramente vocale Machuel. Ave Maris Stella ha nella partitura manoscritta un sottotitolo: Chant des disparus, canto degli scomparsi. È il canto che in Bretagna intonano i pescatori quando qualcuno di loro non ritorna, inghiottito dal mare. E cantano appunto le litanie della Vergine. Machuel, anche lui, scrive con un piacere intenso di costruire fitte maglie contrappuntistiche. La memoria va a certi canti religiosi del seicento francese, alle Leçons de Ténèbres di Couperin, alle Méditations pour la Carême di Charpentier. È pura polifonia vocale, a cappella, con un attentissimo ascolto della dizione della parole. Nulla di archeologico, però. La scrittura è moderna. Moderni, i testi, spesso. Come i versi di Paul Celan scelti per il pezzo che s’intitola Tenebrae. Celan è un poeta grandissimo, purtroppo poco conosciuto in Italia. Era nato a Czernowitz, in Bucovina, nel 1920. Nel 1940 Czernowitz viene presa dai russi e Celan si ritrova cittadino sovietico. Ma nel 1941 arriva Hitler. Celan era ebreo. I nazisti deportano e uccidono tanto il padre che la madre. Lui, anche deportato, ne scampa perché l’Armata Rossa lo libera dal campo moldavo dove era stato internato. Canto degli scomparsi, canto di un perseguitato che nel 1970 si toglie la vita annegandosi nella Senna. Machuel sembra volerci inchiodare, col canto, al destino tragico dentro cui questo secolo ci racchiude. Nulla, meglio di altri versi di Celan, può chiarirci il senso di questa musica: «Klopf die / Lichtkeile weg:/ das schwimmende Wort / hat der Dämmer» (Sbatti / via i cunei di luce: / la nuotante parola / ce l’ha il crepuscolo).

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)