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Evento Stanze Les Chants Faëz Rumeur Chord Concerto per trombone e 28 strumenti |
UNA NOTA SU CONCERTO PER
TROMBONE E 28 STRUMENTI (CICLO II – C) (Commissione dell’EIC) di Frédérick Martin Al Concerto per clarinetto e 10 strumenti (1983), eseguito dall’Ensemble Itinéraire lo scorso luglio a Palazzo Farnese, e a quello per violino e 18 strumenti (1985), segue il Concerto per trombone e 28 strumenti, composto tra settembre 1988 e novembre 1990. In quest’ultimo emerge la figura dell’individuo–solista il cui lavoro sarà quello di confrontare la propria autorità a quella della collettività orchestrale. Ho scelto un legno per rappresentare un solista che nasce allo stato di canto nel primo brano, e uno strumento a corda per la mediazione tempestosa del secondo: sguardo dell’uno sulla contestualità del multiplo. Il ruolo del trombone nel ciclo consiste nell’imporre una voce unica ad un gruppo, il che si traduce, nella forma generale, con un incremento della ripetitività delle masse sonore e degli oggetti in relazione ai due brani precedenti. Il superamento della ripetitività alla fine del Concerto per trombone fa eco al superamento della condizione di essere un elemento nella collettività, superamento che segna la fine del Concerto per clarinetto. Nell’opera, i timbri sono strutturati in sei gruppi di cui quattro omogenei e due eterogenei. L’uno sta per un’orchestra ridotta: flauto, fagotto, percussioni e trio d’archi; l’altro, sassofono baritono corno e contrabbasso, è trattato in “semi-solista”, e serve a volte da interprete tra solista e complesso. Il solista non si rivolge quindi a quel mondo che crea le proprie percezioni, in modo univoco, ma inventa la propria materia a seconda del sottogruppo al quale si rivolge, il che non esclude la presenza d’altri, o forse di nessuno. Il discorso si elabora direttamente “attaccato” al Concerto per violino, come una deriva nelle sue ultime azioni. D’altronde i due Concerti sono vincolati durante l’esecuzione globale del ciclo – introducendo il trombone e i “semi–solisti”, per poi ritornare a quelle azioni ed al loro re-inserimento in un dispositivo ripetitivo che il solista frantumerà. Avendo così acquisito il precedente della propria validità, egli orienta l’orchestra verso la fusione di tutti i timbri, intervenendo sporadicamente nel flusso della musica. Una volta compiuta questa fase di una voce singola che riusce ad unire la massa in un suono globale che le sia proprio rispetto a tutta l’opera di musica, certi elementi importanti del contenuto del ciclo da camera, Cycle I, saranno di nuovo utilizzati ed amplificati – considerando che il numero degli strumenti è notevolmente accresciuto ed intensificato, considerando che la responsabilità formale di quegli elementi emerge. Dato che a posteriori essi richiamano un’attività di tipo collettivo nel cuore di un ciclo in cui le distinzioni solista/ensemble non devono ancora manifestarsi, li estraggo appunto dall’unico pezzo del Cycle I che si rapporti ad una forma storica, il Quartetto per archi, essendo i collaterali di questo quartetto, Closer, due brani per uno strumento a due per ensemble originali. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1991) |
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