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Cartellone 1997
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CARMEN
Opera andalusa di cornette e tamburi
Teatro Olimpico, dal 2 al 5 ottobre 1997

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Rassegna stampa

Putti su Carmen
Távora su Carmen
SU CARMEN
di Salvador Távora

Me la ricordo sempre, seduta su una poltrona di vimini, con i capelli tirati indietro e raccolti in uno chignon dietro la nuca, con una grossa sigaretta tra le dita, avvolta da un fumo grigio che delineava la sua schiena ricurva, simile alle dee sfumate tra le nuvole; scrutavo il suo viso che lasciava intuire una bellezza posseduta in gioventù fino all’età matura. Viveva a Siviglia, in via Antolinez, vicino a piazza della Gavidia, e aveva più di cent’anni. Si chiamava Carmen. Era la madre di mia nonna Antonia, dunque la nonna di mia madre, Pilar Triano. Lo sguardo vispo e la destrezza delle dita ingiallite dalla nicotina rivelavano il suo orgoglio nel raccontarmi gli aneddoti sul suo mestiere. Mestiere che non avrebbe mai potuto celare, poiché nei suoi gesti i segni ne erano troppo evidenti: era stata sigaraia nella fabbrica di tabacco di Siviglia. Fra tutte le storie che ascoltavo dalle sue labbra, quando ci stringevamo intorno ai tavoli apparecchiati con tovaglie pesanti che trattenevano il calore emanato dal braciere, ve ne era una che mi commuoveva sempre, e che lei stessa aveva appreso da sua madre. Si trattava della vita della sua omonima Carmen, di Triana, orgoglio delle sue compagne di lavoro per essere sempre in prima linea in tutte le rivolte contro le convenzioni sociali dell’epoca, soprattutto quelle riguardanti la libertà e la dignità delle donne lavoratrici.
Era la storia di Carmen, la sigaraia uccisa davanti la Porta dei Principi dell’arena di Siviglia a causa del suo amore nei confronti di un picador. Era il dramma della sigaraia che visse perseguitata per aver voluto essere libera pur essendo povera, donna, operaia e gitana e che morì assassinata. Rivedo ancora gli occhi della mia bisnonna pieni di tristezza mentre ripercorreva le sofferenze vissute e le ingiustizie subite. Li rivedo luminosi, verdi e radiosi quando parlava della bellezza e della seduzione di Carmen, donna simbolo della dignità del mestiere di sigaraia; e quando parlava di una realtà così profonda e seria come quella di Triana, dei suoi gitani, di Siviglia e dell’Andalusia prima che questa venisse trasformata in un cliché deformato e deformante.

A causa di tutte queste storie che colpirono il mio animo di fanciullo, come solo i rari eventi possono segnare una giovane mente, ho sempre provato il bisogno di presentare una versione del mito di Carmen diversa da quella universalmente conosciuta grazie a Prosper Mérimée e a Georges Bizet, e diversa da quella tramandata dai vari racconti confusi di gitani, andalusi e spagnoli.
Lo studio paziente di documenti storici sulla vita a Siviglia dal 1800 al 1830, epoca in cui ebbero luogo gli episodi che diedero origine alla leggenda di Carmen, sedusse l’immaginazione di Prosper Mérimée a tal punto da portarlo a farne un romanzo: tutto ciò rafforza in me la convinzione che sia necessario ritornare alla storia reale e ricostruirla, confrontando gli aneddoti raccontati da mia nonna con gli episodi di quell’epoca. E riscontro nel libro di Vincente Lleó Sevilla, 1790-1868. Imágenes de una sociedad dei riferimenti rivelatori: «Carmen è il prototipo di una nuova classe sociale, di un proletariato femminile costituito da donne indipendenti, non soggette all’autorità maschile. E come il proletariato maschile provoca allo stesso tempo un sentimento di attrazione e repulsione per l’incredibile potere rivoluzionario e di distruzione che esso rappresenta, così il proletariato femminile rivela in più una carica di erotismo non meno distruttrice dell’ordine stabilito e dei buoni costumi». Si sa d’altronde che in quell’epoca, nel clima combattivo in cui vivevano e lavoravano le donne sivigliane, il comportamento vergognoso, delittuoso e frivolo di una gitana-operaia di Triana, come viene descritta dallo scrittore, non era ammissibile. Vi è un’enorme differenza tra la Carmen litigiosa, maga e generosa nell’offrire le sue grazie ai soldati e ai briganti nelle taverne di contrabbandieri e il personaggio di Carmen, sigaraia perdutamente innamorata di un soldato. Quest’ultimo l’aveva soccorsa durante una rissa tra gitani e poi l’aveva uccisa, poiché, ferito nel suo onore di uomo e di militare, non poteva sopportare che lei, libera e indipendente economicamente, stanca ormai delle sue attenzioni, fosse divenuta l’amante di un picador.

Tutte queste riflessioni mi hanno spinto, forse per sfida, a voler fabbricare un’opera di canti e danze andaluse fuori dalle convenzioni, attingendo alle sorgenti della leggenda e del suo universo musicale d’origine. Ho voluto creare una Carmen più conforme alla personalità della mia bisnonna, ai suoi racconti, ai suoi ricordi e ai documenti letti, rispetto alla Carmen nata dal genio letterario di Mérimée. Questa Carmen non ha bisogno del mio contributo: questa Carmen più volte riproposta da autori che non vengono coinvolti dalla storia dell’Andalusia, ma ne colgono unicamente gli aspetti più superficiali quali elementi tematici della loro opera. Tutt’ora la frivolezza folclorica che scaturisce dalla leggenda non fa altro che offendere Carmen e noi, uomini e donne andalusi che lavoriamo e apparteniamo alla stessa classe sociale.

La musica per tamburi e cornette (martinetes, deblas e tonas) su testi d’epoca, fa da sfondo alla cronaca oscura e indiscutibile della realtà popolare andalusa, in cui si fondono danze, rabbia, sangue, dolore, bellezza, abitudini e costumi. Questo modo di essere e di sentire degli Andalusi, dei Sivigliani, dei Gitani, che non ho dovuto apprendere poiché l’ho ereditato, emergerà dalla rappresentazione di questa realtà dura e cruda, spogliata delle connotazioni folkloriche, in cui risiedono certo le origini della versione romantica ed ingannatrice, più nota al pubblico.
A partire dall’universo estetico e sonoro familiare a Carmen, che è anche il nostro, voglio dare risalto a quella Libertà da lei ostinatamente conquistata e gelosamente difesa fino alla morte. Attraverso questo nostro linguaggio mi avvalgo del diritto di recuperare questa leggenda, patrimonio della nostra storia, dall’operatta, divenuta un pot-pourri di briganti, furbi, pugnali, che ha cancellato l’immagine grave e austera del nostro paese.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)