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Cartellone 1997
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CARMEN
Opera andalusa di cornette e tamburi
Teatro Olimpico, dal 2 al 5 ottobre 1997

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Rassegna stampa

Putti su Carmen
Távora su Carmen
Rassegna stampa

«Al centro dell’operazione, come d’abitudine, nei lavori di questo regista, una propulsiva voglia di libertà che riempie di energia la lettura di un “classicismo” fin troppo proposto, fin troppo interpretato. La drammatica evidenza dei personaggi, i neri e i rossi della loro psicologia, la passione che li trascina nell’affermare la loro voglia (sia essa amore, o altro sentimento dominante), giovano alla leggenda di Carmen, la ringiovaniscono, la rendono, dopo tanti abusi, di nuovo plausibile. Rimandata nel luogo in cui nacque, restituita ai ritmi e ai passi flamenchi, al cante jondo della terra d’origine, l’amante di Don José può brillare in tutta la sua stranezza eversiva. [...]
Salvador Távora si riconferma, con questa performance fatta di pura emozione, capace di trasfigurare in carne e sangue persino l’inevitabile calligrafismo che a tratti contiene, un alchimista di gran razza, un teatrante puro, cui la schiettezza andalusa e l’enorme cultura scenica cumulata negli anni, teatro dopo teatro, consentono risultati ogni volta più originali e comunque indimenticabili».
(Rita Sala, Carmen, energia e seduzione ritrovano il flamenco perduto, Il Messaggero, 5 ottobre 1997)

«Qualsiasi sospetto di didascalismo cade davanti alla meravigliosa sintesi di immagini, suono e gesto che la Cuadra presenta in un’ora e tre quarti di spettacolo serratissimo: un vero turbine che dal palcoscenico si rovescia sul pubblico, un avvicendarsi di grandi momenti di teatro in cui il baile flamenco comunica un legame viscerale con la terra andalusa e le sue tradizioni che sono sì musica, ma anche la tradizione della carne e del sangue della corrida. Per quanto flamenco uno spettatore estraneo alla tradizione possa aver visto, è difficile arrivare all’intuizione del significato del cante jondo, quel canto profondo che è agito dal flamenco e che ne è il motore primario. [...]
Non c’è niente di barbaro nello spettacolo di Salvador Távora: Carmen è un rituale raffinatissimo, estetizzante ed estenuato pur nella violenza trattenuta dei passi dei due solisti: Lalo Tejada ed El Mistela, sostenuti da una compagnia che – tra suonatori, danzatori e cantanti – assomma 50 elementi».
(Chiara Vatteroni, Carmen, tutta la libertà nel cuore, Il Piccolo, 5 ottobre 1997)

«La Carmen che Salvador Távora ci ha sparato negli occhi e nelle orecchie in uno spazio così tristemente neutrale come il teatro Olimpico è uno spettacolo violento, ancestrale, odoroso di sudore, di sesso e di incenso. È uno spettacolo che ferisce e che dovrebbe respingere, così come respingono il dolore e l’ignoto, le forze sgarbate che rompono i nostri equilibri. Bisognava alzare i muri delle difese. Difesa fisica, prima che ideologica, una pressione delle dita sulle orecchie lacerate da un suono violento, continuo, disarmonico di cornette elevate al cielo, a gridare come impazzite un dolore atroce, e di tamburi a ritmare un’ossessiva incombente marcia funebre. [...]
C’è qualcosa di assoluto in tutto ciò, forse è questo il dionisiaco che descriveva Nietzsche, è questa l’essenza del mito tragico che provoca piacere nonostante il brutto e il disarmonico di cui è fatto. Questa prima mezz’ora brucia con la velocità di un fiammifero, ma lì è tutta la verità. Il resto è “décor” compiaciuto, è la storia che riprende il sopravvento sul mito e non interessa più: il velo da sposa rifiutato, il melodrammatico ingresso a cavallo (un vero bianco stallone) del picador Lucas, l’impiccagione dell’eroe della resistenza Rafael de Riego, la seguedilla di Bizet, offeso nel lacerante effetto-folklore che la sua musica meravigliosa scatena in questo contesto.
Questa irritante e fascinosa Carmen era da espungere, asciugare perché andasse diritta al cuore e allo stomaco. Non doveva piacere, doveva offendere o eccitare, far gridare o ammutolire, non applaudire».
(Marco Spada, Il suono violento e sgarbato della “Carmen”, l’Unità, 4 ottobre 1997)