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Cartellone 1997
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CARMEN
Opera andalusa di cornette e tamburi
Teatro Olimpico, dal 2 al 5 ottobre 1997

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Rassegna stampa

Putti su Carmen
Távora su Carmen
CARMEN
di Laura Putti

È stato un rapimento in grande stile. Un distinto e creativo signore andaluso si è ripreso la sigaraia, l’ha caricata su un cavallo bianco e, via, al galoppo verso Siviglia.
Salvador Távora, fondatore e regista della Cuadra de Sevilla, la più importante compagnia teatrale andalusa e una delle più importanti di Spagna, ha strappato la Carmen a Mérimée e a Bizet, ha restituito verità a un personaggio troppo romanzato. Per questo la sua Carmen non scandalizza. La Carmen di Távora, semplicemente, è. Quando Lalo Tejada entra in palcoscenico è proprio la donna della leggenda sivigliana, è la sigaraia che lotta per la sua dignità e per quella delle compagne. E, come dice Távora, «vuole essere libera essendo povera, donna, operaia e gitana». Una condizione molto difficile per l’epoca. È il 1830 quando Mérimée ascolta per la prima volta la storia di Carmen. Gliela racconta la contessa di Montijo, nel suo salotto. Il romanzo esce quindici anni più tardi. È una visione romantica della leggenda, filtrata attraverso una fantasia di scrittore, mescolata alle sue esperienze. La cultura gitana, lo spirito del flamenco, sono spariti. Un grande senso del peccato aleggia tra le parole. Non a caso nelle sue Lettres d’Espagne, Mérimée scrive: «Ah, signore mio, quella giornata e l’evocazione delle gambe di Carmen! E come Basilisa, l’eroina di Calderon, la gitana di Siviglia era piena di peccati mortali tra la vita e i reni».
Ma Carmen non è una peccatrice. È una donna che si innamora, poi si disamora e si innamora di nuovo. Libera di non sottostare a un uomo, neanche se è il suo. Quando Carmen muore, uccisa da Don José dopo una corrida, sulla Porta del Principe della Real Maestranza, la Plaza de Toros di Siviglia, non muore per amore. Muore per la libertà di tutte le donne. Nello stesso momento il generale Rafael de Riego difende la costituzione di Cadice, revocata nel 1814 da Fernando VII, ed entra a Triana, quartiere popolare di Siviglia, accolto come un eroe. Morirà impiccato nel 1823 a Madrid per avere votato, come deputato, per la sospensione temporanea dei poteri del monarca.

Nello spettacolo Távora racconta anche la sua storia: Carmen e Riego sono per lui simboli di libertà. Nella leggenda, che a Siviglia si tramanda di generazione in generazione come fosse storia vera, la sigaraia della Real Fabrica lascia Don José Lizarrabengoa per il picador Lucas. Nel culmine della sua opera, nell’incontro tra il picador e la sigaraia, Távora restituisce all’amore una sensualità animale. Il cavallo è il simbolo prescelto. È un animale grande, solenne, maestoso, ed è l’animale di Lucas, la continuazione del suo corpo. Carmen gli gira intorno in una danza d’amore, scandalosa per la sua epoca, ormai inconsueta per i nostri tempi affannati. È una scena conturbante. Perfino eccessiva nella sua bellezza.
Tutto il resto, nella Carmen, è flamenco puro, senza contaminazione. Perché Lalo Tejada è una grande bailaora, perché El Mistela, nonostante sia gitano (e il suo personaggio non lo era), è un Don José umano e disperato; perché Ana Peña è una cantaora che appartiene a una di quelle dinastie gitane che hanno dato al flamenco artisti importanti. La curiosità, il mai ascoltato prima, per lo meno da noi, è l’orchestra di cornette e tamburi. Una banda tragica, un suono non modulabile, una musica senza note. Il fiato spinto nello strumento diventa all’occorrenza melodia d’amore, urlo, marcia funebre. Non a caso la Banda de Cornetas y Tambores Santisimo Cristo de las Tres Caidas accompagna appunto le tre cadute di Gesù verso il Calvario durante la Settimana Santa di Siviglia. Chissà che con la sua Carmen la Cuadra de Sevilla non riesca veramente ad avvicinarsi al flamenco, al suo duende. Non è musica facile per le nostre orecchie, abituate alla melodia.
Távora e i suoi sono reduci da tre settimane al Teatro dell’Opera di Amburgo, con una media di milleduecento spettatori a sera.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)