|
|||
Evento Rassegna stampa d'Annunzio su Cabiria |
Rassegna stampa «Com’è abbastanza noto, Pastrone aveva scritto e girato tutto, quando gli parve che nell’opinione di allora un film sarebbe sempre rimasto un film, cioè una cosa vile e trascurabile, senza l’avallo di una grande firma. Forte di una sua naturale intraprendenza e di molto denaro, il torinese osò presentarsi da Gabriele per chiedergli la “traduzione in dannunziano” di nomi e didascalie. D’Annunzio, che in seguito coinvolse nell’operazione Pizzetti, aveva sempre bisogno di quattrini e quindi accettò di fingersi padre di una creatura non sua. Si concesse anche per amore dell’arte veloce delle immagini, alla quale presagiva, contro la maggior parte degli intellettuali, uno stupendo avvenire. Con il trionfo di Cabiria, grazie allo sponsoraggio del Comandante, il cinema fece un enorme balzo avanti e si affermò come linguaggio del mondo moderno. È giusto riconoscere all’esiliato di Arcachon questo coraggio della novità, nato dalla sfrontatezza del suo lato mercenario; ma anche dalla spregiudicatezza di un intellettuale-guida che non sdegnò il gemellaggio artistico con un ragioniere. Tra tutti gli omaggi, spesso acidi e ingenerosi, rivolti a Gabriele d’Annunzio mezzo secolo dopo la morte, la proiezione di Cabiria nell’Estate Romana è il più schietto e oggettivo riconoscimento che si poteva immaginare. Aiuta a scoprire, dietro le mille trasformazioni del Mascheraio, il volto di un artista attento alla realtà disponibile e (sorpresa! Ma la scoperta di questo profilo dannunziano è destinata ad allargarsi) irresistibilmente simpatico». (Tullio Kezich, D’Annunzio cineasta, la Repubblica, 7 luglio 1988) «Il contratto con d’Annunzio fu firmato il 30 giugno 1912 e la sola modifica autografa del poeta al soggetto fu il titolo La vittima eterna, che sostituì Il romanzo delle fiamme. D’Annunzio scrisse le didascalie e diede il nome ai personaggi: Cabiria, Maciste, Croessa, Badastoret, Kartale. Fu dalla “prima” avvenuta a Torino il 18 aprile 1914 che Cabiria iniziò il suo viaggio in Italia e nel mondo. Nella notte della “prima” romana fu scelto l’aviatore triestino Giovanni Vidner per lanciare dall’alto i volantini pubblicitari. Si favoleggiò in seguito (ma in parte è vero perché il “Moving Picture World” scrisse: «Questo è il giorno dei nuovi maestri. Siamo testimoni di un nuovo stile nella drammaturgia cinematografica») che anche De Mille e tanti altri “moguls” hollywoodiani si fossero ispirati a Cabiria per i loro kolossal. In realtà, Giovanni Pastrone, il grande «ragioniere, artigiano e artista» di Asti era convinto che il cinema fosse anche un’industria e in questa direzione si muoveva da anni anche per battere il suo “avversario” Enrico Guazzoni, il regista di Quo Vadis? (1912), un film che avrebbe influenzato Griffith e che spinse Pastrone a fare di più e meglio». (Giovanna Grassi, Cabiria, “regina” del muto, Corriere della Sera, 4 luglio 1988) «L’atmosfera era quella giusta. Una calda notte romana con un pezzetto di luna in cielo, un’insolita arena, e tanto pubblico raffinato che, nel secentesco giardino dell’Orto Botanico sulle pendici del Gianicolo, ha applaudito lunedì sera il kolossal Cabiria. Una rappresentazione straordinaria, tra la vegetazione secolare, con colonna sonora dal vivo dell’orchestra sinfonica Île-de-France diretta da Jacques Mercier, per il film muto che, realizzato da Giovanni Pastrone e datato 1914, ha come fiore all’occhiello le didascalie di Gabriele d’Annunzio. Poetici commenti “griffati” a sottotitolare scene epiche con folle oceaniche e fantasiose, mastodontiche scenografie in stile terzo secolo avanti Cristo rese più suggestive da un recente make-up. Ma proprio lui, il vate per eccellenza, è stato l’invisibile ospite d’onore della serata, organizzata, nell’ambito del Festival Roma Europa ’88, dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, dall’Associazione Amici di Villa Medici e dalla Regione Lazio. Infatti tra i cinefili raccolti nell’anfiteatro, allestito per l’occasione e «senza rovinare neanche una foglia» dall’architetto Enrico Mastrangeli, (con 23 chilometri di tubi Innocenti, 16 mila giunti e 2 mila metri quadrati di Pino Russo) il parere era unanime: lode al poeta immortale, anche se con il sorriso sulle labbra». (Anna Maria Salviati, Le notti di Cabiria: ultimo venne il Vate, Paese Sera, 6 luglio 1988) |
||