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Cartellone 1988
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DIALOGUE DE L’OMBRE DOUBLE; RÉPONS

Palazzo Farnese, 25, 26 luglio 1988

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Rassegna stampa

Répons
Rassegna stampa

«Boulez non ha rinnegato affatto la musica strumentale nelle due composizioni eseguite, Dialogue e Répons; solo che avvalendosi delle modernissime tecniche elettroacustiche, egli riveste il suono degli strumenti di nuove emozioni. Ircam vuol dire un’orchestra, l’Ensemble Intercontemporain; vuol dire una schiera di esperti ingegneri e vuol dire apparecchiature d’avanguardia; vuol dire che il pensiero musicale si è fatto complice della “trasformazione”, distribuzione, “cattura” e amplificazione del suono. Il che non accade, come si suol dire, “in differita”, bensì seduta stante. Di qui la simbiosi tra l’esatto e il magico. Di qui il coinvolgimento acustico e quel tanto di mistero chiamato imprevisto: «Il faut toujours garder quelques secrets», dice infatti il maestro. [...]
Ma c’era di più. C’era il momento della sfida fra la mentalità di ieri e di oggi. La sfida al rock nella sapiente “dittatura” dei suoni incombenti dovunque, tutt’attorno. C’era la sfida alle logiche del ritmo nella frastagliata poliritmia. C’era il richiamo all’arte barocca nelle luminarie e nella esaltazione dei solisti distribuiti ai quattro cantoni del cortile. C’era infine l’ambiguità del titolo, Répons. Senza la “e” finale sta a significare “responsorio”; con la “e” invece “risposta”».
(Mya Tannenbaum, Con o senza “e” finale, Corriere della Sera, 27 luglio 1988)

«L’inventiva pulsa freschissima, erompe all’udito in immagini sontuose, abbindolanti, liquide, irresistibili. Non già esotismo vilesco o strampalato, bensì palingenesi del suono, di sue vesti, a miriadi. Certo, scorgi in Répons l’eco della lezione di Messiaen, di Stockausen; ma nessuno forse mai, come Boulez qui, ha conseguito tanta libertà creativa in tanto rigore architettonico, e tanta fusione di suono naturale e elettronico (elaborato in tempo reale). Répons è un “teatro di suoni”, ove la musica è ambiente ed umanità di poesia, anelito e cifra trascendentale dello spirito estetico.
Il pubblico francese ed italiano che gremiva il cortile di Palazzo Farnese ha salutato Boulez e l’Ensemble Intercontemporain con applausi entusiastici».
(Enrico Cavallotti, Con Pierre Boulez il futuro si fa rosa e pieno d’invenzioni, Il Tempo, 28 luglio 1988)

«Il titolo [Répons, ndr], come ha detto lo stesso Boulez, evoca il ricordo di un procedimento tipico del canto gregoriano: il responsorio. Ma poi il procedimento di alternanza si sviluppa in sovrapposizione e combinazione polifonica, come avviene da Magister Leoninus, all’epoca della cosiddetta Scuola di Nôtre Dame, su fino ad oggi. Le più complesse macchine moderne, sembra dire Boulez, non sono, musicalmente, che le eredi dell’intelligenza e della fantasia di quei primi coraggiosissimi esploratori delle possibilità della polifonia.
L’effetto sull’ascoltatore è stregante: ci si trova immersi dentro la musica, non si sta davanti o di dietro, ma dentro, e si segue così come battito del proprio respiro il battito del flusso sonoro che ci ingoia.
Opera sconvolgente, bellissima, Répons affascina e commuove, ma illumina anche le idee. E allora, quando arriva il silenzio della fine, si applaude freneticamente, con entusiasmo, come ha fatto, anche a Roma, il pubblico che ha vissuto una simile, indimenticabile, esperienza».
(Dino Villatico, Com’è bello affogare nel canto dell’orchestra e delle macchine, la Repubblica, 27 luglio 1988)

«Proprio nello scambio fra i differenti linguaggi sta la scommessa di questo lavoro, una proposta che indica l’avvenire del suono nel nostro tempo e nel futuro. Grande fascino, infatti, induce questa possibilità di moltiplicare in direzioni innumerevoli ogni elemento acustico, dal timbro al ritmo alle dinamiche, senza dover passare attraverso la rielaborazione in studio, grazie alla prodigiosa velocità della 4X, capace di duecento milioni di operazioni al secondo. Più discutibile, forse, la materia musicale a cui si applicano tali processi. Il brano di Boulez propone momenti di grande fascinazione, ma li organizza poi secondo una logica di frequente ridondanza, con abbondanti ripetizioni di formule, evitando quasi sempre il chiaroscuro, in un moderno horror vacui.
Resta comunque, la grande prospettiva di una strada tecnica e poetica che sembra avere come confine solo l’infinito possibile. Su tale cammino è ormai avviata la nostra era, in una dimensione di inesausto dialogo che chiede all’uomo un radicale mutamento della percezione sonora. Che sia l’alba di un nuovo Rinascimento?».
(Carlo Boschi, Quando l’avventura sonora confina solo con l’infinito, Il Messaggero, 27 luglio 1988)