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Evento Rassegna stampa Éclat Le Marteau sans Maître |
ÉCLAT - per
quindici strumenti (1961-1965) di Dominique Jameux Iniziando dalla graziosissima partitura di Éclat, una sorta di primo modulo di un missile a due o tre stadi vettori, si potrà meglio parlare di un'opera in divenire. Essa fu eseguita nel marzo 1965 a Los Angeles sotto la direzione dell'autore. Lunga una decina di minuti, essa colpisce per lo scintillio sonoro, l’estrema raffinatezza delle proporzioni, il carattere morbido ed insieme preciso della sua plasticità. L'organico strumentale esprime la scelta quasi edonista qui prevalsa: due tastiere (pianoforte e celesta), tre strumenti a corda (arpa, viola e violino), quattro fiati (flauto contralto in Sol e corno inglese per i legni, tromba e trombone per gli ottoni) e sei percussioni (glockenspiel, vibrafono, mandolino, chitarra, cembalo e campane tubolari): in totale quindici strumentisti. Questo gruppo cristallino, di tessitura media (prediletto da Boulez) e di grandi possibilità virtuosistiche, si divide in due gruppi che determinano la scrittura della composizione. Da una parte un gruppo di solisti il cui suono si spegne più o meno rapidamente e non può essere mantenuto se non con il trillo: pianoforte, glockenspiel, vibrafono, mandolino e chitarra. Dall’altra un altro gruppo di strumenti dal suono sostenuto – flauto alto, corno inglese, tromba, trombone, gli archi – che possono dunque giocare il ruolo di “fondo sonoro” sul quale s'iscrivono gli interventi dei solisti. Questa bipartizione degli effettivi strumentali rivela in Boulez la volontà di considerare il timbro in sé, di contemplarlo, di entrare nella sua stessa vita: attitudine che il compositore deriva volentieri da una concezione non occidentale dell'ascolto musicale. L'ascoltatore occidentale, sostiene Boulez (in “Le Temps musical”, musicassetta Radio-France, IRCAM, dedicata ad Éclat, presentazione di Jean-Pierre Derrie), é più interessato dallo svolgimento dell'opera che dalle sue pause, più dagli intervalli, dai ritmi, dalle forme che dalla materia sonora in se stessa. Éclat vuole così proporre un'altra scelta di ascolto, confermando l'inclinazione di Boulez verso certe musiche orientali, già mostrata in Le Marteau sans Maître (ma in maniera completamente differente). A questa prima preoccupazione esclusivamente sonora - che si rivela per l'ascoltatore l'aspetto più seducente - se ne aggiunge un'altra, altrettanto fondamentale, ma che concerne questa volta il rapporto degli interpreti con la partitura ed il direttore. Per il momento in cui è stato scritto, Éclat partecipa naturalmente di quella libertà controllata che le precedenti opere aperte hanno tentato di definire. Boulez non gioca d'azzardo. Non si affida all'improvvisazione né alla semplice proposta sonora la cui realizzazione sarà affidata agli interpreti. Ma egli intende anche rompere la tradizionale ripartizione dei ruoli tra il compositore-direttore d'orchestra onnipotente e gli interpreti-schiavi! Egli nota che nella musica contemporanea di allora le partiture sono divenute così difficili, le indicazioni talmente numerose e costrittive che l'interprete deve impiegare tutta la sua energia ad eseguirle alla lettera: egli perde la sua espressività, la sua spontaneità, il godimento del suonare. Éclat gli offre un testo musicale all'interno del quale può invece operare delle scelte, prendere delle iniziative. A dire il vero, queste possibilità sono soprattutto concesse al direttore dal compositore. Éclat comprende degli spazi che interrompono il testo principale, spazi nei quali un certo numero di motivi sono ordinati tra loro solo all'ultimo istante: il direttore dà gli attacchi secondo la scelta del momento ed il suo gesto è in parte imprevedibile: ed è da questa imprevedibilità che nasce la necessità di un gesto-riflesso che lo strumentista compirà in uno stato di tensione, di attenzione che ci si può immaginare e che provoca l’éclat dell'interpretazione. Per questo Éclat si presenta oggi come un diamante appena tagliato, dai riflessi sempre cangianti. Nei dieci minuti di durata la composizione si articola in alcuni momenti facilmente riconoscibili. La partitura si apre su una bella cadenza del pianoforte per poi proseguire, nell'alternanza tra il testo principale e gli spazi di cui si è parlato, fino ad una sezione di maggiore tensione – sempre riservata ai solisti – dove il fraseggio diviene più incisivo. La sezione termina con un'esplosione di trilli che introducono alla parte seguente, la quarta ed ultima dell'opera, che vede l'entrata degli strumenti “di fondo” dal suono continuo. Un movimento continuo si delinea tra i violoncelli per proseguire poi rapidamente verso il flauto contralto, la tromba, il corno inglese, la viola: prefigurazione ancora accennata di Multiples interrotta da un bel éclat del pianoforte, come se quest'ultimo volesse riprendere il gioco delle pagine precedenti. Vanamente, poiché comincia allora una sezione dai colori decisamente diversi dall'inizio e dal seguito di Éclat. Condotto questa volta dagli strumenti “di fondo” in uno stile veemente e frammentario, un discorso nuovo è formulato in quel momento: sarà lo stesso di Multiples qualche misura dopo. La sezione costituisce una sorta di transizione tra le due parti dell'opera, prima che un gran tutti fiammeggiante non intervenga a concludere con splendore la piacevole partitura. (in Catalogo Romaeuropa Festival 1988) |
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