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Cartellone 1997
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MUSICHE E DANZE TRADIZIONALI DEL REGNO DI CAMBOGIA
Teatro Sistina, 10, 11 luglio 1997

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Una ballerina per dimenticare Pol Pot
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«È una danza, quella cambogiana, di bellezza fastosa. Prevalentemente femminile, della femminilità ha la suadenza, la sinuosità, la rotondità del segno. Solenne e fatta di sguardi fissi, diversa dalla più rapida e scattosa danza indiana, per certi versi simile alla tailandese, ha una sua grazia infinita, alimentata da una musica e da un canto (femminile anch’esso) cullanti come lusinghe iponotiche. Sontuosa nell’apparato dei costumi e accessori, stoffe intessute d’oro, copricapo dorati che svettano a torre, è apparentemente morbida, lontana dalle tensioni plateali e dalle sfide antigravitazionali del balletto occidentale. Cerca invece il suolo: tanto nei battiti lievi dei piedi nudi a terra quanto nel senso di attrazione verso il basso ispirato dal modo di tenere le gambe, con le ginocchia sempre un po’ piegate. Forse più di ogni altra danza al mondo, la cambogiana esalta il movimento delle mani, mobilissime, parlanti. Mani come creature a parte, come fiori, pesci, uccelli».
(Leonetta Bentivoglio, Il fascino misterioso delle danze Khmer, la Repubblica, 12 luglio 1997)

«Il palcoscenico del Sistina era illuminato dagli ori, i colori, le sete dei costumi. Nessuna scenografia, ma la scena invasa dalla grazia collettiva delle ballerine. Una levitazione di passi mossi rasoterra più agili di ogni entrechat nostrano. Scoprire che ci sia maggior leggerezza nella deambulazione a piedi nudi sul tallone, che non calzati di apposite scarpette, sulle punte... ahi, quale indescrivibile shock! [...]
Ma la danza più inquietante era quella della scimmia guerriera, del Principe e del Gigante, i soli ruoli interpretati da uomini. Qui, malgrado l’agitazione del racconto, le simmetrie gestuali non sono mai venute meno. Era un così alto esempio di civiltà estetica e narrativa, da suscitare emozione. C’era una volta il Balletto dell’Accademia Reale Khmer. C’è ancora. Ne potevamo dubitare?».
(Mya Tannenbaum, In Cambogia con le scimmie guerriere, Corriere della Sera, 12 luglio 1997)

«Assecondati dalla musica dal vivo o da un canto gutturale tipico anche della tradizione cinese, si muovono in ralenti tra metalliche sonorità. Elegantissimi e raffinati i costumi ed i dorati copricapo a pagoda. Elementare l’utilizzo geometrico dello spazio: cerchi ieratici, linee in movimento, triangoli, eleganti processioni, capitoli di rituali senza tempo. Talora lo spunto è offerto da bassorilievi di ninfe divine scolpite sulle mura del Tempio, sacerdotesse e danzatrici reali, vergini sacre depositarie del cerimoniale reale (Danza delle Apsara). Finalizzata a propiziare felicità e prosperità la Danza di Brama, mentre la Danza dell’Ensemble Tep Monorom, filologicamente elaborata, riconduce alle origini della storica tradizione cambogiana: piccoli passi in atteggiamento orante con quella solennità degna delle grandi occasioni. Restano però l’estreme leggerezza e serenità dei movimenti, la semplicità della strutturazione coreografica, un senso profondo di armonia che è interiore ed esteriore insieme».
(Lorenzo Tozzi, Le danze della principessa per dimenticare il terrore, Il Tempo, 14 luglio 1997)