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Cartellone 1997
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ARSA Y TOMA
Teatro Sistina, 2, 3, 4 luglio 1997

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Rassegna stampa

Ottolenghi su Arsa y toma
Hoyos su Arsa y toma
Lessico del flamenco
ARSA Y TOMA
di Vittoria Ottolenghi

“Arsa y Toma” è un grido di incoraggiamento, di supporto e di festosa partecipazione, che si usa tradizionalmente con gli artisti di flamenco. È intraducibile, ci dicono, almeno alla lettera: si può tutt’al più assimilare al più consueto, spagnolesco “Olé” e alle nostre formule “Dài!” o “Avanti tutta!”. Comunque, è questo anche l’augurio cordiale e affettuoso di tutti noi, che conosciamo, amiamo e stimiamo Cristina Hoyos, da venticinque anni, per questo nuovo spettacolo, creato, con la sua Compagnia, il 20 ottobre scorso all’Opéra di Avignone. È il quarto, dal 1989, anno di fondazione della Compagnia, dopo Sueños Flamencos del 1990, Yerma del 1992 e Caminos Andaluces del 1994.

Non eravamo molti a credere davvero nel suo successo da sola, e cioè senza il grande Antonio Gades, con cui aveva cominciato a lavorare nel 1969, quando si incontrarono alla Fiera Mondiale di New York e con cui aveva continuato a danzare e a maturare, salvo rare interruzioni, fino al 1989. Ci deve essere voluto un coraggio da leone a staccarsi dal suo Maestro di tecnica, di stile, di gusto: e, insieme, dal Coreografo che, per lei e con lei, aveva creato tanti spettacoli bellissimi e un autentico capolavoro, Nozze di Sangue, da García Lorca, andato in scena per la prima volta a Roma, all’Accademia Filarmonica Romana, nel 1974. Qui, proprio quella magica sera (anche dopo i commenti entusiastici su di lei, che ci fece lo stesso Gades, dopo lo spettacolo) ci rendemmo conto che quella giovane donna, così seria, così concentrata, così semplice e dimessa fuori scena, era però capace di diventare, oltre che nobile, prestigiosa ed altera – come l’eredità della danza flamenca insegna ed esige – anche bellissima e carica di una strana sensualità, tutta interiore. Abbiamo assistito, di fronte al suo personaggio – la Novia, la Promessa Sposa – ad una sorta di arcana trasfigurazione teatrale, che l’ha subito immessa nella categoria delle grandi dive spagnole: quelle che l’avevano precedute molti anni prima – come Pilar Lopez – o affiancata, più di recente – come Manuela Vergas.

Cristina Hoyos, così come Gades l’aveva intuita e promossa in Bodas de Sangre, era, dunque, una danzatrice tecnicamente formidabile, ma anche una grande interprete, capace – con un solo gesto del braccio portato in alto, fino a coprire i neri occhi infuocati – di evocare la passione repressa, l’orrore di sé, l’eroica determinazione a rischiare la vita per il suo amore e per la sua libertà.
Che cosa ha imparato, di specialmente prezioso, da Antonio Gades, Cristina Hoyos? E che cosa, poi, ha messo a frutto, lungo il suo proprio cammino di animatrice, coreografa e direttrice artistica? Più delle preoccupazioni politiche e culturali, che sempre di più pervadono l’opera di Antonio Gades, Cristina Hoyos sembra aver presente, piuttosto, il suo primo genere di spettacolo flamenco, quello tradizionalmente antologico: infatti, a parte Yerma, che fu ospitato anche nella sede spagnola forse più prestigiosa – il Teatro madrileno della Zarzuela (e che, ohimé, ci è sfuggito) – gli altri tre spettacoli sono per molti versi assimilabili a quelli del primo Gades, e cioè a quelli non-narrativi.
Cristina Hoyos, artista compiuta e autonoma, si pose, fin dall’inizio – con Sueños Flamencos, che debuttò all’Opéra di Parigi – come una vera maestra nell’arte di creare spettacoli di flamenco trascinanti, certo, e pieni di fuoco interiore, specie nelle Alegrias e Bulerias di gruppo; ma anche inquietanti e duri, nei brani più interiorizzati, come era il lamento di apertura – una Siguiriya per se stessa e tre uomini – e il suo assolo Pasión, un taranto di straordinaria potenza. Ma quello che soprattutto piacque al pubblico italiano e lo convinse, fu il suo rifiuto di ogni facile atmosfera vistosa, commerciale, corriva, e il suo continuo ricercare un flamenco di gran classe, che non trova le sue armi prevalenti nei fumoni, negli ancheggiamenti, negli sguardi assassini, nei falpalà.
Il secondo spettacolo, dello stesso genere - Caminos Andaluces, creato al Théâtre du Châtelet di Parigi – era quasi una sorta di manifesto di questa sua aurea misura e della sua vocazione alla massima sobrietà, ai toni attenuati, grigi o marroni, alla coreografia salda e insieme lieve, trasparente. I colori e i materiali erano poveri all’apparenza e invece studiati e costruiti, con immenso dispendio di idee e di sapienza teatrale. Anche qui, uno dei momenti più alti era una danza creata per se stessa e quattro uomini (Tangos).

Da quanto abbiamo letto e ci ha detto la stessa Cristina Hoyos, Arsa y Toma è qualcosa di molto diverso. Intanto, Ramón Oller condivide la sua direzione artistica e Manolo Marin la responsabilità della coreografia: il che dà all’intera produzione un nuovo, robusto profumo di ampia e varia teatralità. Poi, c’è tutta una prima parte, che, in un clima di devota nostalgia e affettuosa ironia, ricorda (in pratica re-inventa) tutto ciò che incantava e faceva anche un po’ sorridere, nel meraviglioso mondo del flamenco per i turisti negli anni Cinquanta e Sessanta. Un mondo che la Hoyos bambina ben conosceva, perché era il mondo di sua madre, eccellente danzatrice, a Siviglia, in spettacoli in cui la vena profondamente amara del flamenco non emergeva che raramente – in uno sguardo, magari, o in un guizzo, tra i fremiti dei volants e dei tacchi rossi. È questa prima parte, in qualche modo, un cabaret della mente, un “come eravamo” a tinte forti, esuberanti, inconsuete nel repertorio Hoyos. Ma proprio questa introduzione colorita, a cui i costumi del francese Christian Lacroix (rosa intenso, verde mela e azzurro elettrico) danno uno splendore specialissimo, serve a esaltare il contrasto con l’oscurità, il fuoco improvviso, il mistero, nell’assolo centrale di Cristina Hoyos. Da allora in poi, ecco che ritorna, nello spettacolo, il grande flamenco, rigoroso, intenso, inimitabile – senza mai un istante di noia, senza un errore nel ritmo incessante. Tra i tre grandi chitarristi, che insieme con i tre cantaores, fanno da supporto e da corona alla danza, c’è anche Paco Arriaga, che ha firmato la musica originale dell’intero spettacolo.

Cristina Hoyos – chiusa e altera, in scena, proprio come una regina – è, nella vita quotidiana, dolce, naturale, sempre pronta al sorriso. Ci piacciono l’una e l’altra. Forse il segreto del suo fascino – in palcoscenico e fuori – sta proprio nel farci percepire continuamente, nella regina, la vulnerabilità di ogni creatura umana; e, nella donna, radiosa di spontanea simpatia, il tocco regale del genio.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)