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Cartellone 1997
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LES AGUILLES ET L’OPIUM
Teatro Vascello, dal 15 al 18 ottobre 1997

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Rassegna stampa

La sofferenza del ritorno
Intervista a Lepage
ROBERT LEPAGE: E DENIS MARLEAU: LA SOFFERENZA DEL RITORNO
di Gianni Manzella

Un grande telaio in rotazione fa da supporto a uno schermo elastico che è allo stesso tempo sipario e fondale da proiezioni. Passano vecchie immagini documentarie, film in bianco e nero che ricreano il clima della Parigi anni 50; disegni e fotografie e onirici giochi d'ombre. Lì davanti, fra due eliche in rotazione, il protagonista volteggia senza peso, sospeso per aria, con la penna e il taccuino in
mano come un angelo della scrittura, o si abbandona a una cinematografica caduta nel vuoto. Così, qualche anno fa, incontrammo sulla scena Robert Lepage, artefice di questo Les Aiguilles et l'Opium che torna ora in una nuova edizione, tradotto in italiano e con un nuovo interprete.

Artista eclettico e visionario, il creatore canadese del Québec è capace di passare dall'assolo, come il più recente Elsinore, a una messinscena shakespeariana o al cinema d'autore, fino a complesse costruzioni drammaturgiche come il grande affresco in progress dei Sette rami del fiume Ota visto anche a Spoleto; al pubblico italiano si era del resto già presentato insieme alla sua compagnia in una elaborata Trilogia dei dragoni ambientata all'interno di una struttura industriale, con cui ripercorreva la storia di immigrazioni del proprio paese.
Ma Les Aiguilles et l'Opium (ovvero, gli aghi e l'oppio) resta a suo modo uno spettacolo-manifesto dell'emergente scena québecoise (anche musica, danza, cinema...) in quel giocare fra le due sponde dell'atlantico, fra nuovo mondo e vecchio continente, che forse ne segna in profondo l'anima. Terra dalle frequenti tentazioni indipendentiste. E con quell'attaccamento alla lingua francese che poteva apparire romanticamente illusorio fino a poco fa e risulta invece preveggente ora che il multilinguismo ha fatto breccia nella corazza dell'America wasp.

Les Aiguilles et l'Opium parla di un viaggio di ritorno, il nostos dei greci, e della nostalgia che è appunto la sofferenza del ritorno. È la malattia di cui soffre il protagonista, un uomo innamorato, un artista, in preda a un'angoscia, a un male di vivere, che invano cerca di lenire affidandosi all'agopuntura o all'ipnosi. Ha preso alloggio all'hotel Louisiane caro a più generazioni di artisti, a Parigi. Ha chiesto la camera numero 9 che fu di Sartre e di Juliette Greco. Al telefono cerca di ottenere una difficoltosa comunicazione oltreoceano, in una ironica variazione della Voce umana di Cocteau. Il nome del poeta francese non ricorre per caso giacché insieme alla musica di Miles Davis funge da nume tutelare di un triplice viaggio nello spazio e nel tempo, che mescola alla vicenda attuale due episodi datati 1949, due viaggi da un continente all'altro, o da balsamo possibile di quel malessere esistenziale. Ecco così apparire la sagoma della tromba del jazzista americano, mentre nel testo dello spettacolo si innestano alcuni brani tratti dalla lunga lettera agli americani che Cocteau scrive in aereo, ritornando da New York.
Le simmetrie si moltiplicano. Gli aghi del titolo diventano anche quelli di una siringa che incombe enorme sul profilo di un uomo che si buca, e questa rimanda ancora all'oppio di cui Cocteau fa l'elogio. Ma questo viaggio agli inferi, questo bisogno di disintossicazione non sono lontani da quelli dell'uomo innamorato che accetta di vivere il proprio dolore dopo aver inseguito il percorso di Orfeo. Lo spazio sospeso fra i due continenti diventa così il non-luogo dove esperienza artistica ed erotica si congiungono.

Si viaggia nel tempo e nello spazio anche in Les trois derniers jours de Fernando Pessoa messo in scena dal Théâtre Ubu di Denis Marleau, l'altra stella del teatro del Québec (ha collaborato fra l'altro con Lepage per il già citato Elsinore), a partire dal breve racconto del nostro Tabucchi. Anche qui un uomo solo in scena, e ancora si tratta di un artista, lo scrittore portoghese sul letto di ferro all'ospedale di Saint-Louis des Français a Lisbona, dove si compie un'agonia imbottita di laudano. È il novembre 1935. Pessoa è rimasto solo con i fantasmi della sua fantasia, i suoi eteronimi venuti a fargli visita, come per un addio. A turno, sotto lo sguardo immobile di un'infermiera. Ciascuno col proprio carattere, col proprio stile: il dandy, il saggio contemplativo, il filosofo folle, il medico e poeta, il contabile sognatore. Ma tutti questi uomini non sono che una sola persona. Tutti con un unico volto, quello di Pessoa, ovvero l'attore Paul Savoie.
I volti doppi dello scrittore passano su un altro volto, registrati in video, come una maschera tragica: sono proiezioni, questi altri da sé, nel senso più pieno. Con loro l'attore intesse un dialogo che è solo virtuale, mentre le musiche di John Rea danno voce lirica al sentimento d'amore. Presenze tutte che nascono dal delirio del poeta, in questa contemplazione della morte che è anche un atto di riconciliazione con la vita, prima della morte. Prima di prendere in pace la strada del ritorno.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1997)