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Evento Multimedia Rassegna stampa Su De Keersmaeker |
Rassegna stampa «Nei titoli degli esordi Anne Teresa De Keersmaeker lavorava solo con donne, ballerine sfrontate, poco più che adolescenti, in scarponcini grossi e gonne corte, di un’impudenza rude e maliziosa: "Avevo un vocabolario ridotto. Ero pessima in danza classica, avevo una difficoltà a trovare una mia realtà d’espressione. Così cercai di creare coreografie con pochi movimenti: la scelta minimalista fu quasi obbligata. Era naturale scegliere solo interpreti femminili. Quando si lavora sulla ripetizione la differenza conta solo all’interno dell’unità. E il movimento maschile è l’alterità, si entra in una scrittura diversa. Comunque l’uomo c’era nei mie primi spettacoli, densi di un desiderio basato proprio sull’assenza"». (Leonetta Bentivoglio, Arriva Anne Teresa col diavolo in corpo, la Repubblica, 7 luglio 1993) «La coreografia, ripetitiva e violenta, impone alle malcapitate, cui i danzatori fanno solo quasi da sfondo come fuchi all’ape regina, cadute improvvise e rotolamenti a ripetizione che richiedono di munirsi di ginocchiere di protezione. Un linguaggio dissociato da gineceo schizofrenico, percorso a catena come da una scossa elettrica di nonsense gestuali, che dà corpo a quadri in fondo omogenei quanto inconcludenti a fini narrativi». (Lorenzo Tozzi, Cinque donne in nevrosi, Il Tempo, 8 luglio 1993) «Il codice della De Keersmaeker è simile al morse: piccole scosse, più volte ripetute, impercettibili variazioni, apparentemente. I corpi dei danzatori cadono, rimbalzano: la fatica si vede e si sente sui loro corpi. Toraci ansimanti, capelli intrisi di sudore, escoriazioni sulle gambe, non sempre protette dalle ginocchiere. Cadono, cadono per un’ora e mezza. L’angoscia esistenziale non si legge sui visi degli interpreti. A volte sono anche sorridenti, ma sono i loro corpi, generosi e potenti, a sottolineare le incertezze e i dubbi sul flusso della vita». (Fabiana Mendia, Sei donne in crisi a caccia della femminilità, Il Messaggero, 8 luglio 1993) «Trame non verbalizzabili, storie di oggi. Astio, passione, rabbia, confusione di senso, interrogativi e conflitti, voglia di sopraffazione, furia di affermarsi, paure divoranti, timore di esporsi, provocazioni incrociate. Il gioco (la guerra?) del comunicare con l’altro sesso. Sguardi obliqui a un partner troppo distante per essere accessibile; un dimenarsi rapinoso delle anche offerto al pubblico in una solitudine sfrontata, dall’alto di una pedana, come un ring. Segnali minimi pronti a dilatarsi fino a un lancinante parossismo gestuale». (Leonetta Bentivoglio, L’arte di cadere dai tacchi alti, la Repubblica, 8 luglio 1993) «Alienazione e astrazione, lirismo e squarci di comicità si sovrappongono nella coreografia che trova il suo punto di forza in un riuscito contrappunto, quasi una sfida, tra il movimento e la partitura musicale che vede alternarsi gli otto studi per pianoforte del compositore ungherese György Ligeti». (Francesca Bernabini, Ha i tacchi a spillo la «Rosas» del Belgio, Corriere della Sera, 8 luglio 1993) «Voluta dunque la freddezza in questo mondo solitario e chiaro, poco seducente per scelta e per necessità. Anche se a guardare in profondità nasconde attimi di potente suggestione visuale nella composizione del movimento e emotiva nell’uso estremo che si fa del corpo. Meccanismo perfetto, con ogni muscolo sempre pronto a scattare nel momento giusto senza per questo dare l’impressione di pura tecnica, di esecuzione fine a se stessa». (Cristina Piccino, Le regioni estreme della danza « Achterland» di De Keersmaeker, Il Manifesto, 16 luglio 1993) |
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